Sogno o son sinistro? – Intervista ad Andrea Corona

Capita a tutti prima o poi di fare un sogno così coinvolgente da confondere la realtà con l’illusione. In questo confuso luogo della mente è ambientato il romanzo di Andrea Corona dal titolo impenetrabile “Rebus”, edito da Milena Edizioni.

 

-Andrea, tu sei laureato in filosofia, quanto hanno inciso i tuoi studi accademici sull’ispirazione per la trama di Rebus?

I miei studi hanno sicuramente inciso, ma non tanto sull’ispirazione della trama vera e propria, quanto su determinati elementi del sottotesto che emergono, a tratti, nella trama. Ciò detto, tengo però a precisare che, a differenza di molti miei colleghi che si danno alla narrativa con esiti per così dire “didattici”, Rebus non è un saggio di filosofia mascherato da romanzo. Anzi, la mia principale preoccupazione è stata sin dall’inizio orientata a far sì che il tutto funzionasse in primo luogo come fiction e che aderisse alla prima regola della suspence: quella di indurre nel lettore delle domande, e ritardarne le risposte con l’introduzione di domande sempre nuove. Dopodiché, certo, da questa lettura si evince senz’altro un mio interesse per la filosofia, come pure per la psicanalisi e per la spiritualità; ma temi e significati rimangono, per la quasi totalità, nel sottotesto. Senza sovraesposizioni e senza venire apertamente dichiarati, come è giusto che sia in narrativa.

 

-Quali sono le peculiarità caratteristiche del protagonista, Giona?

Giona è il perfetto protagonista del romanzo psicologico: un individuo “quadrato”, che conduce un’esistenza abitudinaria, fatta di regolarità e di ritmi scanditi in maniera così precisa da includere persino la vita amorosa nell’ottica di una precisione svizzera… Finché, un bel giorno, la regola e la simmetria sono destinate a venir sovvertite da incontri perturbanti e avvenimenti stranianti. Ed è anzi proprio il caso di chiamarli “strani”, nell’accezione usata da Tzvetan Todorov in relazione a quella letteratura “fantastica” ma non “meravigliosa”, dove elementi metafisici e soprannaturali non chiedono di essere accettati in quanto magici e dunque inspiegabili, ma possono al contrario essere riconducibili a matrici razionali, e dunque psicologiche e naturali. E Giona, venute meno le sue certezze, si presta ad essere perfetto per le situazioni più ambigue, tipiche non solo della narrativa d’introspezione, ma anche del romanzo d’avventura d’ambientazione urbana, del mistery e di un certo velato erotismo.

 

-Che ruolo hanno le figure femminili nel romanzo?

Se i titoli dei capitoli di Rebus hanno i nomi delle donne incontrate di volta in volta da Giona, è perché queste giocano un ruolo fondamentale all’interno del suo personale percorso evolutivo. Considerate nel loro insieme, le figure femminili presenti nel romanzo favoriscono il processo di “agnizione” del protagonista, ossia la trasformazione e il passaggio della sua ignoranza – ignoranza della propria condizione, del proprio ruolo e della propria identità – in conoscenza. E non è un caso che una delle ragazze che maggiormente aiuterà Giona nella sua presa di coscienza sia portatrice di un nome eloquente come è quello di Sofia.

 

-Personalmente credo che rendere la sensazione del sogno all’interno di un testo sia una delle sfide più rischiose per uno scrittore. Ci sono delle tecniche specifiche? Come ti sei “allenato” a creare il gioco?

Dunque, comincio col dire che, da lettore, resto spesso deluso da tutte quelle narrazioni – consequenziali e coerenti – che alla fine si scoprono essere dei sogni. Romanzi del genere sono a mio avviso una presa in giro, o semplicemente frutto di inconsapevolezza da parte di chi scrive. I sogni non sono illogici, questo è vero; ma la loro logica è differente da quella delle situazioni ordinarie della veglia. Per questo motivo, in Rebus si gioca molto con quelli che sono, di fatto, meccanismi del sogno, come la “rappresentabilità”, la “condensazione” e lo “spostamento” (meccanismi per cui in sogno vediamo persone note ma con elementi a loro estranei, come un differente colore di capelli). In ciò, Rebus non è tanto un romanzo sui sogni o un romanzo che parla di sogni, quanto un romanzo avvincente che cerca di indurre nel lettore le suggestioni del sognatore. Ecco perché Giona viene, di volta in volta, sedotto, inseguito, sbalzato da uno scenario all’altro, e così via: perché è questo che propriamente accade nei differenti “brani” (si chiamano proprio così) dei nostri sogni. Da un punto di vista narrativo, ovviamente, tutte queste svolte devono essere convincenti benché inaspettate. Aristotele, nella Poetica, chiamava questo effetto “peripéteia”, ossia capovolgimento: l’improvviso spostamento di uno stato di cose al suo opposto, unitamente a quella “agnizione” di cui sopra.

 

-Cosa sono i sogni?

I sogni, se ci si pensa, sono qualcosa di veramente paradossale. La coscienza del dormiente crea e al contempo osserva l’intero sogno. Il sogno è, anzi, letteralmente “fatto” della coscienza del dormiente, la quale, restando sempre una sola, appare come molteplice nelle infinite forme oniriche (montagne, automobili, persone buone e persone cattive, eccetera). Poi succede una specie di magia ipnotica: la coscienza del dormiente apparentemente si restringe e si identifica in un solo personaggio onirico, che diventa il “protagonista” del sogno (che in genere, ma non sempre, è una copia del dormiente): da quel momento in avanti, si crea l’illusione che la coscienza risieda soltanto in quel personaggio, attraverso i cui occhi tutto il resto del sogno appare “fuori” di lui, con tante persone dotate di singole coscienze individuali. In realtà, il protagonista del sogno non è nemmeno cosciente, perché anche la coscienza apparentemente “sua” è sempre e soltanto la coscienza del sognatore, la quale, pur illusoriamente limitata “dentro” quel personaggio, continua anche ad essere tutto il sogno. A volte succede anche che, come nei videogiochi, la visione “in soggettiva” (in prima persona) si alterni a una visione “oggettiva” (in terza persona). Personalmente, io credo che lo stato di veglia, pur diverso da quello onirico, abbia la stessa struttura e che “dietro” la coscienza ordinaria, identificata con il nostro specifico corpo-mente individuale, ci sia la vera luce di una coscienza impersonale e universale (come Rebus sembra a un certo punto suggerire). Sulla base di questa ipotesi, non è impossibile che, nel sogno, tale coscienza unica possa saltuariamente “entrare” in personaggi diversi, vivendo molte vite diverse (come è, tra parentesi, capitato in dei miei sogni anche piuttosto recenti). In aggiunta, queste esperienze possono accompagnarsi a una sospensione della discontinuità fra coscienza di veglia e coscienza di sogno. E, anche qui, se c’è sempre una sola consapevolezza, il trapasso fra stati diversi come la veglia e il sogno può apparire insignificante rispetto allo sfondo continuo di consapevolezza che illumina ogni stato di coscienza (compreso il sonno senza sogni).

 

-Come pensi che avrebbero risposto uno psicologo, uno scienziato e un prete alla domanda precedente?

Questa domanda, all’apparenza così innocua, nasconde delle insidie. Se non altro perché non tutti gli psicologi hanno piacere di affrontare l’argomento, rimandando spesso la questione agli psicanalisti. Risponderò allora dicendo qualcosa sulla difficoltà di interpretare i sogni ravvisata da Jung, che fra l’altro aveva in sé qualcosa dello scienziato come del guaritore d’anime. Dunque, mentre secondo Freud i sogni erano di difficile interpretazione per via dell’intervento del “meccanismo di censura” che ne mascherava il vero significato (tant’è che non è generalmente vero quel che spesso si legge: secondo Freud i sogni non erano semplicemente “l’appagamento di desideri”, quanto “l’appagamento mascherato di desideri nascosti o inconsci”), secondo Jung il sogno esprimeva nel modo più chiaro possibile, e quindi senza censure, quella che era tutta la situazione del soggetto-sognatore in quel momento della sua vita. Naturalmente, il sogno ha durata breve: da qui, tutte quelle “condensazioni” e tutti quegli “spostamenti” che confondono i significati (e si ricordi che “confusione” vuol dire fondere più elementi in uno) i quali, pur messi in codice (“codificati”) all’interno di una sorta di rappresentazione teatrale (altro elemento caro a Rebus), risultano nondimeno di difficile decodifica e interpretazione.

 

-Cosa dobbiamo aspettarci da te dopo “Rebus”? Cambierai genere o questo romanzo sarà il primo di nuove narrazioni oniriche?

Oltre ad essere un’ottima metafora per illustrare la struttura dello stato di veglia, l’immagine onirica ha anche molte consonanze con il simbolo letterario. Ed è in virtù di queste ragioni che il simbolismo onirico sarà presente anche nel mio nuovo libro, “Racconti di sale, polvere e cemento” (in uscita per Les Flaneurs di Bari), in cui saranno presenti epidemie di incubi e sogni dentro altri sogni. Se posso, poi, dilungarmi, credo che oggi si stia smarrendo del tutto – persino fra gli addetti ai lavori – l’idea che la letteratura sia fatta di simboli: eppure si tratta di un concetto semplicissimo che si insegna alla scuola dell’obbligo. Con ciò, ovviamente, non intendo affermare che un buon romanzo debba essere necessariamente allegorico; ma certo è che un’opera letteraria deve saper andare al di là della mera fiction e veicolare dei significati, sempre senza sovraesporli o apertamente dichiararli, attraverso il “medium” offerto da personaggi e situazioni. Lo scrittore, in pratica, è chi fa sì che il personaggio di un anziano morente simboleggi ad esempio la fine di un’epoca, e che quello di una donna sottomessa a un marito tirannico simboleggi ad esempio una nazione sotto dittatura. Sto dicendo delle ovvietà, eppure sempre più lettori (e parlo di lettori “professionali”, si badi) tendono a ragionare in termini così elementari per cui, se in un romanzo compaiono delle donne sottomesse, allora vuol dire che l’autore intende promuovere e favorire questa visione della società ed è quindi un misogino. Occorre invece rendersi conto che se ci si sottrae al lavoro interpretativo, e se si ricerca l’immediatezza a ogni costo (la frase da sottolineare e che racchiuderebbe il pensiero dell’autore), non solo si finisce per attribuire ai grandi autori del passato dei propositi a loro totalmente estranei, ma si finisce, qualora simili lettori diventino autori o editori a loro volta, per ritrovare spiattellati all’interno dei romanzi i significati dei romanzi stessi, che rendono il testo didascalico e non già più suscettibile di critica. Un’opera letteraria degna di tale nome deve invece essere sempre un po’ un rebus: è importante che il testo scritto sia oggetto di codifica da parte dell’autore, e di decodifica da parte del lettore critico.

 

 

Di seguito il link alla pagina IBS dedicata a Rebus.

 

 

 

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