“So let me hold you tight and share a killer, diller, chiller / Thriller here tonight”

Il thriller è un genere di nicchia ma con un numero di appassionati fedeli lettori. Parliamo delle sue caratteristiche peculiari con la scrittrice Gabriella Grieco.

 

Come spiega James Patterson: “…Al genere del thriller appartengono una grossa mole di generi letterari. Ce ne sono tutti i tipi. Il thriller legale (legal thriller), il thriller di spionaggio (spy thriller), il thriller di azione o d’avventura, il thriller medico, il thriller poliziesco, il thriller romantico, il thriller storico, il thriller politico, il thriller religioso, il thriller high-tech, il thriller militare. La lista potrebbe continuare all’infinito, con nuove variazioni costantemente create. In realtà, questa apertura all’espansione è una delle caratteristiche più durature del genere. Ma ciò che dà la varietà al genere del thriller è l’intensità delle emozioni che esso crea, in particolare l’apprensione e l’euforia, l’eccitazione e la mancanza di respiro, tutte progettate per generare quel brivido che è la cosa più importante di tutte. Per definizione, se un thriller non emoziona, non sta facendo il suo lavoro.” Da autrice specializzata nel genere, condivide questa definizione di Thriller?

Sicuramente. La parola thriller viene da “to thrill” che significa rabbrividire, emozionare, mettere in tensione. Ed è proprio ciò che deve fare un buon thrillerista: il suo romanzo devi leggerlo di corsa, non puoi riuscire a staccartene, anche a costo di far notte fonda, devi continuare a voltare pagina.

Non per niente il mio editore, tra i suggerimenti per chi si accinge a leggere uno dei miei thriller scrive: “Sconsigliato a quelli che non mollano un libro mentre cucinano: rischiate di mangiare pasta scotta.”

 

La suspense, la tensione e l’eccitazione sono gli elementi principali della trama di un thriller. Quali sono le tecniche di scrittura utilizzate per creare tali stati d’animo nel lettore?

Personalmente adopero dialoghi serrati, frasi concise, brevi ma coinvolgenti descrizioni. Nella stesura di un thriller ritengo sia essenziale non lasciare tempo al lettore di guardarsi intorno, di indugiare.

Altra tecnica adoperabile è quella di utilizzare le “atmosfere discordanti”. È quel metodo per cui si gioca col lettore; si distrae con ambientazioni tranquille e rilassanti, e si lascia che si metta a suo agio; d’improvviso si conduce nell’ansia, nella tensione e nel brivido cogliendolo di sorpresa.

 

Come si costruisce il perfetto personaggio per un thriller? Ci sono degli archetipi ricorrenti?

I personaggi di un thriller possono essere idealmente distinti in due categorie i cui confini sono spesso labili: le vittime e i carnefici.

In genere la vittima viene presentata come “disarmata” di fronte al carnefice, ma si tratta di “armi” in senso lato, ad esempio: una minore prestanza fisica (una donna tormentata da un uomo, o psicologica (un innocente vittima di un complotto che tende a incastrarlo.

Di contro, il carnefice può essere armato anche in senso non figurato; non c’è un reale ricorso alle armi, in quanto è sufficiente la minaccia implicita.

In alcuni thriller ho rovesciato i ruoli, assegnando quello di carnefice a una donna e agli uomini quello di vittime utilizzando un altro dei pilastri del thriller: assegnare alla “cattiva” un alto senso della morale e della giustizia, giustizia che le vittime hanno in qualche modo offeso. E qui si vede un’altra possibilità che il genere consente all’autore, cioè la commistione dei ruoli e la possibilità, per il lettore, di parteggiare per il carnefice disprezzando le vittime, come avviene di frequente nei noir.

Grande importanza nel thriller è data anche ai comprimari, personaggi sottotono e che tuttavia spesso sono indispensabili alla struttura del romanzo, dando ulteriori input alla comprensione finale.

 

Dan Brown, Giorgio Faletti, Carlos Ruiz Zafón, Ken Follett, Michael Connelly, Tom Clancy… a parte la solitaria Patricia Highsmith, nomi femminili citati tra i migliori autori del genere non ve ne sono. A suo avviso esiste un pregiudizio nei confronti delle donne che scrivono thriller?

Tasto dolente. Sicuramente esiste un pregiudizio, quello che vuole le autrici donne legate a doppio filo col genere romantico, ma purtroppo vedo che spesso – un po’ troppo spesso – non so se volontariamente o meno, i gialli scritti da donne si colorano di rosa.  Un esempio per tutte, la Mary Higgins Clark che proprio non riesce a fare a meno di riempire i suoi libri di giovani donne innamorate, o tradite, o in pericolo. Scrive bene, ma troppo in arancione (giallo+rosa) per i miei gusti. Per fortuna ci sono molte altre scrittrici, tante tra le emergenti italiane, che leggo con soddisfazione, che scrivono formidabili thriller.

 

Qual è la concezione del “male” che rappresenta nei suoi romanzi? La sua è una concezione assoluta o relativista?

Il male non è mai assoluto ma è ricco di tante sfumature diverse. I miei personaggi non sono mai del tutto buoni o del tutto cattivi. Anche quando descrivo esseri abietti, do sempre loro un tratto di umanità.

 

Con “Il Silenzio di Rosa” ha scelto di cimentarsi in un romanzo non di genere. Trova che l’esperienza sia stata più impegnativa da un punto di vista tecnico? 

“Il silenzio di Rosa” non è l’unico caso in cui mi sono discostata da quello che rimane il mio genere preferito, il thriller. È forse meno impegnativo perché in un mainstream le regole non sono costringenti come nel thriller, e quindi la storia scorre più lieve. Tuttavia, è anche meno semplice emozionare, perché non si cala il lettore in uno stato di tensione, ma devi convincere il suo cuore a battere in sintonia col personaggio. No, in fin dei conti, scrivere una bella storia è sempre un gran lavoro. Ma è un “lavoraccio” che mi dà grandi soddisfazioni, mi appassiona, mi diverte, mi rilassa, mi porta lontano… Non c’è nulla di più bello.

 

Il titolo dell’articolo è tratto dalla canzone Thriller di Michael Jackson.

 

Immagine di Maurizio Fantini.

 

 

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