Sisters per promuovere il dibattito sull’accesso all’aborto – campagna di crowdfunding

Marianna Fumai è una filmaker che ha lanciato una campagna di crowdfunding per finanziare Sisters, un progetto di documentario sull’accesso all’aborto in alcuni paesi europei.
Il documentario racconterà il lavoro di alcune organizzazioni indipendenti che aiutano le donne e le persone gestanti ad avere un aborto legale e sicuro. 

Come rappresentato nella campagna:

“Finanziare questo progetto significa promuovere il dibattito sull’accesso all’aborto, sul diritto alla salute delle donne e delle persone in grado di concepire (soggettività trans*, di genere non conforme e binario) e combattere lo stigma che l’aborto porta con sé.

Con il tuo contributo pagheremo:

  • le spese di viaggio
  • i costi per l’attrezzatura e il personale tecnico per iniziare le riprese
  • le traduzioni
  • le ricerche

Stiamo anche cercando storie di persone che hanno dovuto affrontare l’obiezione di coscienza e ostacoli nel loro accesso all’aborto. Queste storie saranno registrate in formato audio e resteranno anonime. Se vuoi condividere la tua esperienza, per favore scrivici a marifumai@gmail.com

Aiutaci e sostieni il progetto anche condividendo questa campagna!”

Per sostenere il progetto vi invito a cliccare sul seguente link.

Ho avuto il piacere di intervistare Marianna Fumai e approfondire il progetto e ciò che lo ha ispirato.

Sono cresciuta con il racconto traumatizzante di mia nonna che da giovane si è vista arrestare una cara amica, colpevole di aver abortito clandestinamente il terzo figlio del suo alcolizzato, poverissimo e violento marito. Questo è successo nel secondo dopo guerra, in un paesino di montagna, isolato nell’aspro Cicolano e sembra un passato remoto, quasi dimenticabile. Eppure, le persone hanno storie di vita ed opinioni conturbanti legate all’aborto, che continua ad essere una questione contemporanea. Cosa ti ha spinta ad affrontare il tema dell’autonomia sul proprio corpo, diritto alla salute e stigma sull’aborto?

Quando ho iniziato il mio percorso all’interno del movimento di Non Una Di Meno, ho scelto di seguire fra tutti i tavoli tematici, quello sul diritto alla salute sessuale e riproduttiva, perché ad ottobre 2016 la morte di Valentina Milluzzo mi ha letteralmente scioccata. Premetto che prima di questa morte, non avevo idea dell’obiezione di coscienza e davo per assodato il diritto di poter abortire. Ricordo benissimo la sensazione di sconcerto che ho provato la prima volta che ho letto la notizia e poi quando ho letto le dichiarazioni dei genitori e di sua sorella, il modo in cui è stata abbandonata a sé stessa, le risposte del medico obiettore alla richiesta di aiuto dei suoi genitori, ho provato un misto di angoscia e di rabbia. In quel periodo avevo molto chiaro il ricordo della gravidanza, mia figlia aveva solo 10 mesi. Come si può morire così in un paese con una sanità avanzata? Come è possibile che un medico decida di non intervenire per curare una persona in nome di un concetto religioso? Per questa ragione ho deciso di iniziare a lavorare ad un documentario sul diritto all’aborto, per contribuire con quello che so fare e che amo fare, alla discussione sul diritto alla salute in ambito riproduttivo.

Sei soddisfatta di come i movimenti femministi si siano organizzati per garantire il diritto all’aborto?

In tutto il mondo reti di attiviste si sono attivate per poter garantire il diritto all’aborto, laddove leggi, stigma e religione lo minaccino. Per me è esaltante prendere atto di come le donne (e i loro alleati) si uniscano per superare questo tipo di barriere. Dall’Europa agli Stati Uniti, all’Africa, al Sudamerica e dovunque, ci si auto-organizza con raccolte fondi, gruppi di supporto che accompagnano le donne e le persone incinte dai medici, helpline e telemedicina che spediscono le pillole per l’aborto farmacologico o danno informazioni su dove reperirle e informazioni su come utilizzarle. C’è anche chi ha escogitato di viaggiare in acque extra-territoriali per poter permettere a chi ne avesse bisogno, di abortire (Women on Waves). È un network immenso e questo dà anche la dimensione di quanto questo problema sia diffuso a vari livelli in tutto il mondo.

Cosa hai imparato nel corso delle ricerche per la realizzazione di Sisters?

Quella dell’aborto è una discussione iper-mistificata: ci sono moltissimi livelli di discriminazione intorno a questa pratica comune e sicura (L’aborto è molto più sicuro del parto o di una colonscopia).
È comune pensare che l’aborto sia un’esperienza traumatica o per cui una persona debba soffrire o sentirsi in colpa. In realtà, l’aborto come trauma è una narrazione che i movimenti antiabortisti diffondono e che hanno rubato dai movimenti femministi degli anni 70, che si riferivano agli aborti clandestini, spesso senza anestesia e invalidanti se non mortali, strumentalizzandola.
Anche chi è a favore dell’aborto spesso pensa che sia una scelta per tutt* sempre difficile e sofferta. Se ci si ferma un attimo a pensare, in quanti film destinati al pubblico mainstream, chi ha una gravidanza indesiderata, deciderà di abortire? E in quanti lo faranno senza tormentarsi sul fatto se sia o meno la scelta giusta? Un aborto è un’esperienza personale e come tale viene anche vissuto. Ci sono infinite emozioni che si possono provare dopo un aborto e sono tutte giuste e rispettabili. Ma gli studi a riguardo riferiscono che la maggior parte delle persone che abortisce, sperimenta sollievo e non avrà in seguito alcun rimpianto.

Un’altra questione è quella degli aborti multipli, anch’essa fortemente stigmatizzata. In questo caso la frase più comune e colpevolizzante è l’aborto non è un anticoncezionale: certo non lo è, ma è una forma di controllo delle nascite, esattamente come un anticoncezionale, con la differenza che l’aborto blocca una gravidanza, non la previene. Inoltre, una persona in grado di concepire, lo è mediamente nell’arco di circa 30 anni e bisogna considerare che i contraccettivi possono fallire (non esistono contraccettivi sicuri al 100%) oppure si può essere all’interno di relazioni di abuso fisico e/o psicologico e molto altro.

Ancora la questione dell’inclusività del linguaggio rispetto all’aborto: non solo le donne abortiscono, dato che non tutte le persone con un utero si riconoscono come tali. Le soggettività lgbt*, soprattutto le soggettività trans*, vivono una maggiore discriminazione nell’assistenza medica, per cui avere accesso alla contraccezione e all’aborto può essere molto complicato.
Nella discussione sull’aborto, sembra esistano aborti buoni o giustificabili e aborti cattivi o ingiustificabili: gli aborti risultanti da stupro e incesto, gli aborti legati a patologie gravi per la salute fisica e psichica della persona gestante o a gravi malformazioni fetali incompatibili con la vita, sono gli aborti che sottintendono ad una buona ragione. Quando invece semplicemente non si desidera avere un figlio o averne un altro (la maggior parte delle persone che abortiscono, hanno già figli*), in seguito ad un rapporto sessuale consenziente, si abortisce senza una buona ragione e magari si è considerat* anche delle/dei/* poco di buono. Questo pone in evidenza come la discussione sull’aborto, abbia in realtà a che fare più con il controllo della sessualità delle donne e delle persone in grado di concepire; ha a che vedere con quello che dovrebbero fare ed essere all’interno della società.
Ha molto poco a che vedere con la protezione della vita (esclusivamente prenatale).

Il crowdfunding in Italia è un mercato giovane, ma si è reso protagonista di un’importante crescita, ponendosi come interessante via alternativa per finanziare startup e piccole e medie imprese. È uno strumento che consiglieresti a chi vuole intraprendere la tua stessa carriera?

Sicuramente sì. È una modalità di fundraising che ti permette di essere liber* da vincoli di ogni sorta con produttori e/o sponsor.


A proposito di chi vuole intraprendere la tua stessa carriera. Come te, dal 2016 partecipo al movimento internazionale Non una di meno, in particolare, ai tempi dei tavoli di lavoro, ho preso parte al tavolo Lavoro e accesso al welfare di NUDM Roma. Credi che l’ambiente di lavoro per una videomaker sia inclusivo?

Assolutamente sì, conosco molte donne che fanno questo lavoro. Purtroppo, però sono capitati anche episodi di sessismo che ho vissuto in prima persona, come quando mi hanno dimezzato il compenso, a parità di mansioni con il collega di cui avrei dovuto svolgere il lavoro. C’è sessismo anche in questo ambito professionale, anche se, stando alla mia personale esperienza (ho cambiato diversi lavori), meno che in altri.

Per maggiori informazioni sul progetto e sul percorso di carriera delle professioniste che lo stanno realizzando, vi invito a cliccare sul seguente link o a contattare direttamente Marianna all’indirizzo marifumai@gmail.com.

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