Sex work is work: intervista a Madame X

Il tema della violenza, la stigmatizzazione e la criminalizzazione del lavoro sessuale anima da sempre la discussione all’interno dei movimenti femministi. Come efficacemente sintetizzato da Toni Mac al TEDxEastEnd  nel discorso “Le leggi che i lavoratori del sesso vogliono veramente”,  i cinque principali approcci legali verso i lavoratori del sesso nel mondo sono:

  1. la criminalizzazione totale di tutti i coinvolti -clienti e sex worker- applicata in metà del mondo, inclusi Russia, Sudafrica e la maggior parte degli USA;
  2. la criminalizzazione parziale (per cui comprare e vendere sesso è legale mentre le attività corollarie -come ad esempio gestire un c.d. “bordello”, definito come due o più lavoratori del sesso che lavorano assieme, o adescare clienti sulla strada- sono proibite) adottata nel Regno Unito e in Francia;
  3. il modello svedese o nordico che criminalizza solo chi compra sesso;
  4. la legalizzazione e regolamentazione della prostituzione usata in Olanda, Germania e il Nevada negli USA;
  5. la depenalizzazione del lavoro sessuale, ossia la rimozione delle leggi che disciplinano in modo punitivo l’industria del sesso e il trattamento del lavoro sessuale come ogni altro lavoro, praticata in Nuova Zelanda dal 2003.

Nei femminismi, chi aborra o sostiene uno o più di questi approcci lo fa con argomenti, racconti soggettivi e l’obiettivo comune di mettere al centro la dignità delle e dei sex workers.

Un altro soggetto interessato al tema, in termini di contegno, è il partito di governo Lega di Salvini che già dalle fasi della campagna elettorale ha proposta la riapertura delle case chiuse. Del dettaglio del disegno di legge poco si è spiegato, tanto meno delle garanzie previste. A dire il vero, l’impressione è che la priorità sia il decoro a ogni costo piuttosto che la dignità e il diritto.

Gli esempi sono fondamentali per sviluppare una politica tagliata sulla propria nazione e non commettere errori già compiuti da altri, esecrabili in quanto hanno ripercussioni in termini di diritti umani. A questo proposito, nel Settembre 2016 #PresaDiretta ha trasmesso un servizio accurato sulla riapertura delle #casechiuse in Germania e il contrario modello svedese abolizionista. Ho pensato dunque di raccogliere le mie impressioni di allora e approfondirle con l’aiuto di una sex worker che vive a Berlino (di seguito anche “X”). Personalmente non condivido i commenti finali del servizio sopracitato, che sembrano far propendere per una scelta “nordica” piuttosto che depenalizzare/legalizzare la prostituzione. I risultati negativi dell’esperienza tedesca, secondo me, dipendono da scelte specifiche, che non è detto debbano essere ripetute. In particolare:

-In Germania i proprietari degli immobili sono meri locatori che riscuotono l’affitto della stanza a fine giornata e che per tale occupazione guadagnano -almeno a detta di uno degli intervistati- molti soldi. Non deve per forza essere così. La casa chiusa non è solo un immobile ma un “progetto” che coinvolge un aspetto intimo delle persone che la frequentano: la sessualità. Come in ogni progetto, sarebbe quanto meno opportuno inserire una figura (singola o in consiglio) di responsabilità (ad esempio un gruppo autogestito di sex worker) che può coincidere o meno con la proprietà dell’immobile. A tale figura spetterebbero tutti quei compiti propri del datore di lavoro come il mantenere sano e sicuro l’ambiente di lavoro;

-In Germania la contrattazione sul prezzo della prestazione avviene tra la prostituta e il cliente. Questo lo trovo inaccettabile perché è una contrattazione tra due parti in cui i rapporti di forza sono squilibrati. Dovrebbe essere la figura responsabile, a stabilire un compenso adeguato. Anche in questo caso, tale figura dovrebbe essere penalmente responsabile di una retribuzione non congrua (così come lo è un qualunque datore di lavoro che sfrutta economicamente un professionista);

-Gli strumenti che utilizza la Svezia per il contrasto della schiavitù delle donne -primo fra tutti l’assunzione completa della responsabilità penale da parte dell’uomo cliente- sono pienamente auspicabili e compatibili in una realtà nella quale la prostituzione volontaria è depenalizzata/legale e svolta in location adeguate;

-È impensabile pianificare la riapertura delle case chiuse senza un impegno e una visione da parte delle amministrazioni pubbliche. L’introduzione del reddito di autodeterminazione, così come proposto nel Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere di NUDM, eliminerebbe il rischio che alla professione si avvicino soggetti in condizione di indigenza. Vi è inoltre la necessità che la normativa fiscale si adegui in modo da garantire alle sex worker la pensione, la malattia e qualunque altro diritto proprio di un soggetto lavoratore.

Come anticipato nella premessa di questo articolo, ho contattato una sex worker che vive in Germania con cui scambiare informazioni in vista delle modifiche normative scattate dal 1° gennaio 2018 e, perché no, raccontare senza stereotipi questa esperienza lavorativa.

X, cosa è cambiato da quest’anno in Germania?

Dal 1° gennaio 2018 ogni sex worker in Germania è tenuto/a a registrarsi all’apposita lista presso l’ufficio chiamato Ordnungsamt (chiamiamolo ufficio normativo!), che rilascia un foglio con le proprie generalità e una dichiarazione che attesta che si è in attesa di essere un/una sex worker, una sorta di periodo di prova prima di essere definitivamente iscritti alla lista nazionale. Occorre inoltre lasciare all’ufficio di cui sopra due foto, che serviranno a comporre un tesserino che sarà spedito nel corso di questo anno, ma nessuno però ancora sa esattamente quando. Quel tesserino sarà la prova ultima e definitiva che si è a tutti gli effetti un/una sex worker registrata e autorizzata.

C’é ancora molta confusione però riguardo a questa nuova legge, nella mia esperienza personale, ad esempio, sono già stata mandata in tre diversi uffici in parti diverse della città in poco più di un mese.

Ma una volta arrivata nel posto che si supponeva essere quello appartenente alla zona dove intendevo lavorare (si, perché non basta registrarsi ad un qualsiasi Ordungsamt ma in quello della zona dove si intende esercitare, almeno in teoria) al momento della richiesta dell’iscrizione alla lista, l’addetta all’ufficio mi ha rilasciato il modulo sbagliato.

Ce ne siamo rese conto, io e una mia collega, circa un mese dopo la data del rilascio durante una chiacchierata tra noi in Studio. In parole povere, mi era stato rilasciato un foglio che diceva che io sarei intenzionata ad aprire un bordello. Per carità, tutto può succedere, ma non in questo momento!

Sono tornata proprio ieri mattina a quell’ufficio (ad un’ora e mezza da dove vivo) e mi hanno detto nuovamente che il modulo rilasciato è quello giusto, che la mia collega può essersi sbagliata e che la nuova legge è ancora un mistero per tutti. Ma stasera ho avuto la conferma che è il modulo sbagliato. Che fare? Dovrò andare in un altro ufficio e ricominciare da zero la pratica, poi tornare a quello che mi ha rilasciato il primo modulo e farlo cancellare.

A livello fiscale come funziona?

A livello fiscale e normativo, come tutto il resto, sto muovendo i primi passi. Qualche tempo fa sono stata dal commercialista, che ha affermato che sarò registrata al Finanzamt (ufficio fiscale) come “hostess” (sembra che sia la categoria di lavoratori autonomi alla quale i/le sex workers si debbano registrare).

Non devo rilasciare alcuna ricevuta, questa, a detta del commercialista, è una misura a tutela del cliente, perché sembra che non a tutti possa sembrare una buona idea avere in tasca una ricevuta col proprio nome sopra rilasciata da una sex worker. Avrò tempo tutto il 2019 per fare la dichiarazione dei redditi di quest’anno. Non abbiamo ancora parlato di pensione né di quanti anni di versamenti siano necessari.

 

Quanto costa l’affitto della stanza e che tipo di rapporto si instaura con la proprietà dell’immobile?

Il costo delle stanze negli Studio per Dominatrix che conosco varia a seconda dei posti in cui ci si trova e delle politiche gestionali singolarmente adottate.

Nello Studio dove lavoro attualmente il prezzo è di 65€ all’ora, con la possibilità di frazionare o aggiungere tempo/denaro. Ma a 140€ giornaliere si “cappa”, ovvero, anche se si dovessero avere più sessioni nello stesso giorno la cifra da versare non supera questa soglia. Tutto il materiale e le attrezzature vengono fornite dallo Studio, ci sono anche vestiti da poter indossare, scarpe, parrucche, e vengono regolarmente rilasciate le ricevute per l’uso dello spazio.

Ogni sex worker viene incoraggiato/a a stabilire una tariffa oraria che non scenda sotto le 200€ (ma non fatevi spaventare dalla somma, basta cominciare a togliere i soldi per l’affitto della stanza, le tasse da pagare a fine anno, il commercialista, l’assicurazione sanitaria che in Germania è privata e obbligatoria, e vedrete che di quei soldi ne rimangono ben pochi in tasca, coi quali bisogna pagarsi un affitto, da mangiare e l’avere una normale vita all’interno di una società).

Ho dovuto firmare un contratto all’inizio per accettare le regole sull’uso delle stanze, del materiale e versare una cauzione di 50€ per le chiavi e sono stata assistita per la creazione di una pagina web sul loro portale, creata gratuitamente (pagherò solo il fotografo per un eventuale servizio professionale e, se voglio, una campagna pubblicitaria personalizzata) dove ho avuto la libertà di descrivere il mio lavoro e di scegliere quali foto pubblicare.

Sono previsti corsi di formazione all’interno del team (per esempio, non è possibile usare Latex senza prima aver frequentato un piccolo corso di formazione tenuto da una delle proprietarie, gratuito naturalmente) e ci hanno caldamente consigliato di iscriverci a un’associazione chiamata “BesD – Berufsverband erotische und sexuelle Dienstleistungen e.V.” per la tutela del lavoro e delle lavoratrici che offrono servizi di natura sessuale.

Lo Studio è tenuto in piedi da tre sex workers che hanno una società, e si basa su importanti principi di rispetto e di crescita comune, e sulla creazione di un ambiente accogliente in primis per gli/le sex workers.

Lo spazio offre anche workshop, bodywork e la possibilità di essere affittato da privati (ultimamente un po’ meno, mi dicevano, vista la sempre maggiore richiesta da parte degli/le workers di entrare a far parte del team) o per servizi fotografici.

Nello Studio dove ho iniziato, invece, le cose stavano in maniera diversa: lo spazio era gestito da una sola donna che decideva le tariffe: 150€ per le prestazioni da Domina, 180€ per quelle da Bizarre Lady (dove, a differenza delle prime, si può arrivare ad un contatto più intimo, generalmente non presente negli incontri con le classiche Dominatrix).

Solo che poi la parte che la gestrice tratteneva era piuttosto elevata, 80€ per un’ora di utilizzo dello spazio, senza fornire alcuna assistenza o garanzia, senza rilasciare alcuna ricevuta o gestire in maniera sensata la presenza delle lavoratrici.

A me é stato chiesto di stare in loco, a disposizione di potenziali clienti, 10 ore al giorno due volte a settimana, naturalmente non pagata a meno di avere qualche sessione.

Qualche giorno fa, sempre parlando con una collega nel nuovo Studio, ho appreso qualche informazione in più su di un altro Studio ancora, stavolta il prezzo trattenuto dalle due proprietarie era di 90€ all’ora (quasi la metà del compenso) e come se non bastasse le lavoratrici (perché tanto poi quasi sempre di donne si tratta) dovevano prestare servizio di pulizia e gestione degli spazi, sempre non retribuite.

Ma la mia esperienza è relativa al mondo degli Studio per Dominatrix, della restante parte del mondo dell’industria del sesso in questa città so solo quello che tempo fa, dando un’occhiata per capire come fosse fatto questo mondo, ho trovato in rete.

Lì mi sono resa conto che le stanze per lavorare come sex workers al di fuori dell’ambito SM (link alla definizione) costano in genere molto di meno, ma anche le tariffe dei due servizi sono differenti, si parla di circa la metà (almeno in questa parte della Germania, al nord, per esempio ad Amburgo o a sud nella zona di Monaco le tariffe per le prestazioni sessuali sono da considerarsi molto più alte).

 

Come sei è arrivata questa scelta?

Per me questa decisione è arrivata, come nella mia vita spesso accade per le decisioni più importanti, dopo una serie di momenti travagliati e di insicurezza. Devo ammettere di aver sempre avuto questa fantasia nel mio immaginario, ma ho potuto realizzarla solo qui in Germania visto che la prostituzione (anche se questa cosa delle Dominatrix è controversa, non vendendo direttamente l’atto sessuale in sé ma alcune pratiche ad esso collaterali) è in qualche modo legale. Quindi lo scorso Dicembre ho contattato, tra i tanti, il primo Studio che mi ha dato la possibilità di iniziare. Così mi sono messa a sbrigare le pratiche per la registrazione, ho passato il primo mese lì e da pochi giorni sono entrata nel nuovo Studio, quello nel quale ho firmato un contratto. È un regolare contatto per l’uso dello spazio e del materiale e non un contratto di dipendenza lavorativa, io rimango sempre una libera professionista.

 

Come descrivi questo inizio lavorativo?

All’inizio ho passato intere giornate, e come dicevo in precedenza si trattava di 10 ore per volta, in questo primo Studio sullo stile BDSM classico (ma devo dire abbastanza scevro di clienti).

Per esempio, durante uno di quei giorni, abbiamo avuto due clienti, il primo un uomo completamente non vedente con la passione per il dolore fisico e l’altro un esibizionista, che si è fatto trattare come se dovesse passare un esame medico solo per il gusto di mostrarsi nudo e farci vedere da vicino il suo membro, non depilato e leggermente fetido, tra l’altro. Ma in genere, come dicevo appunto, è un posto poco frequentato, questa affluenza all’interno di una giornata è stata un’eccezione.

Per il resto ho iniziato a pubblicare qualche annuncio online per trovare clienti ma il 99% delle persone che mi ha chiamata (incredibile, non riesco a crederci) non capisce quello che offro, o non parlano inglese (quando nell’annuncio dichiaro specificamente che non parlo tedesco ma posso comunicare in inglese) o mi contattano masturbandosi al telefono, o inviando, come da manuale, foto di cazzi sgradevolissime da vedere.

Qualche tempo fa, prima di entrare nel primo Studio, ho preso un appuntamento con un tipo a casa, voleva giocare col fatto che fossi italiana perché aveva vissuto due anni a Roma e gli piaceva l’idea di servirmi. È entrato, mi ha guardata e mi ha detto che non ero quello che si aspettava. Voleva andarsene lasciandomi 20 euro, gliene ho chiesti almeno 50 per aver comunque riservato a lui il mio tempo. Me ne ha lasciati 40 sbottando e se ne è andato.

In molti mi chiedono anche di fare sesso con loro, volendo pagare cifre più basse.

Una delle richieste più bizzarre che mi è capitato di ricevere, negli ultimi tempi, è stata quella di un uomo che mi ha chiamata per alcune informazioni generiche e quando gli ho detto che lavoravo in uno Studio mi ha chiesto se lui, per venire allo Studio, dovesse essere pagato.

Insomma… vogliamo parlare del quoziente intellettivo di cotali individui o sono io che sono maldisposta?

Altri cominciano a messaggiarti su Whatsapp e qualcuno, un paio di notti fa, mi ha chiamata alle due e un quarto di notte, fortuna non avevo la suoneria attivata.

Un altro, stanotte, mi ha mandato un messaggio alle quattro per chiedermi di incontrarci di lì a poco.

Come se non bastasse c’è qualche simpatico teppista stalker là fuori che continua a segnalare le mie foto su Facebook, facendomi bloccare ripetutamente il profilo.

Ho avuto anche il mio primo cliente nel secondo Studio, l’esperienza è stata decisamente diversa e forse molto dipende dal tipo di gestione, che inevitabilmente attira a sé un tipo di clientela differente. Diciamo che il livello culturale dell’ambiente del secondo sembra essere decisamente più elevato, ho potuto condividere con il mio ospite, sia prima sia dopo la sessione, una bella chiacchierata all’interno della quale ci siamo scambiati alcuni feedback che riguardano l’auto consapevolezza di ciò che si cerca quando si approccia un tipo di sessualità del genere.

Insomma, c’è da sobbarcarsi una notevole quantità di inconvenienti e non è così semplice come si possa pensare, senza contare poi il carico di responsabilità che si ha quando c’è un altro essere umano (volontariamente) privato di una qualsiasi delle sue libertà, per esempio legato, magari bendato, che ti chiede di portarlo ad esplorare un qualche suo limite.

 

Per conoscere meglio l’esperienza lavorativa e privata di X vi rimando al suo stuzzicante blog: “Il mio BDSM e altre storie da Berlino – L’incontro con la sessualità come mezzo comunicativo ed espressivo“.

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