Scrivere di cambiamenti e di sentimenti, di metamorfosi e di amore: intervista a Paola Ferrero

Produzione trasversale, cura dei dettagli e stile pulito, questo è il profilo di Paola Ferrero che durante questa intervista condivide i temi più preziosi per chi desidera vivere l’esperienza della scrittura con passione e libertà.

 

Ha scelto di intitolare il suo blog: “Le storie di Clara – Ora la smetto di aspettare il mondo”, chi è Clara? È riuscita a realizzare ciò che l’attesa del mondo non le stava dando?

Clara è il mio secondo nome – ne ho quattro – ed è il nome che ho dato idealmente alla protagonista del mio primo romanzo pubblicato (“Gli attimi in cui Dio è musica”); è la parte di me che è ancora adolescente: sognatrice, arrabbiata ed egoista. Ho aperto il blog prima ancora di iniziare a pubblicare, quando scrivevo disordinatamente solo per me; l’ho fatto per raccontarmi e per raccontare ed è cresciuto insieme a me. Negli anni ha avuto diversi sottotitoli, di cui “ora la smetto di aspettare il mondo” è solo l’ultimo e forse è ora di cambiarlo ancora. Ha segnato un percorso interiore e letterario, questo cambio di sottotitoli, da una persona tutto sommato chiusa in sé stessa a una Paola sempre più decisa, determinata. Non è una realizzazione materiale ma un cambio di atteggiamento che tutto sommato mi sta rendendo più felice, quindi sì in fondo ci sono riuscita.

 

Non è elegante parlare di età con una signora, spero che mi perdonerà la domanda, impertinente solo perché svela la sua età anagrafica. Lei è nata nel 1969, un anno intenso per la storia contemporanea. Che cosa è rimasto di quegli anni nella sua infanzia e in generale nella sua vita? Sua madre è stata una donna che ha partecipato al movimento femminista che si è affermato proprio in quel periodo?

Dei miei primi anni mi è rimasta la musica e quel grigio che Torino si è tolta di dosso da poco. Troppo piccola per cogliere aspetti politici e sociali ho vissuto con adulti e con addosso una certa serietà. Mi è rimasto il senso del dover lavorare per avere risultati, anche se gli anni formativi della mia vita sono stati gli ’80, che in qualche modo hanno fregato la mia generazione. Quella illusione di poter avere tutto solo volendolo ha dato origine a una serie di aspettative che non potevano essere soddisfatte. Prima di volere qualcosa bisogna essere in grado di ottenerlo: sembra che questa parte ce la siamo dimenticata, vogliamo tutto e subito anche e soprattutto quando non lo meritiamo. Uno dei meriti che riconosco a mia madre è proprio di avermi insegnato a guadagnarmi ogni singola cosa, senza scorciatoie e trucchetti. Lei non ha partecipato attivamente al movimento femminista, ma era femminista già da giovane. Ha preso la patente per il camion da privatista, sapeva cavarsela in ogni situazione pratica (lavori di tinteggiatura, riparazioni elettriche, costruzione di muri e mille altre cose) e come molte super-donne non ne ha azzeccata una in amore.

 

Nella presentazione del suo blog si definisce “nipote d’arte”. Che tipo di scrittura prediligeva il suo avo? Esiste una eredità di stile nella sua famiglia?

Sono convinta che dentro di noi ci sia la genetica di tutta la famiglia. So di aver ereditato, per esempio, una buona capacità in cucina – specialità della nonna paterna – e una certa sensibilità artistica che mi ha portata a sperimentare pittura, musica, danza e scrittura – questa sensibilità era della nonna materna – nonché poesia. Dal punto di vista della scrittura sono nipote d’arte di mio zio, premio Strega e per anni direttore editoriale del Salone del Libro di Torino, nonché traduttore, scrittore e mille altre cose. Mio zio predilige la buona scrittura, di norma, che sia classica o contemporanea. Fin da piccola l’ho sempre ammirato e ora sono felice di sottoporgli le mie pubblicazioni. Tuttavia credo che non ci sia uno stile comune, per fortuna di entrambi. A me piace raccontare storie come fossi sempre immersa nel fantastico, lui scrive.

 

La scrittura è una sua passione, non un impiego a tempo pieno. Questo è un limite? Crede che il mondo dell’editoria attualmente sia in grado di garantire un’occupazione dignitosa ai propri autori?

A volte mi chiedo se sarebbe ancora una passione se fosse un’occupazione a tempo pieno. Eppure scrivo da quando ricordo. Mai smesso, dai quattro anni in poi. Tenere una penna in mano – ora una tastiera, però cambia poco – mi è sempre stato naturale. A parte il fatto che per natura sarei mancina ma sono stata corretta. Il limite è il tempo che si vorrebbe dedicare a scrivere materialmente, per il resto la mente è sempre persa in qualche dettaglio di un romanzo o di una scena anche quando non la scrivo materialmente. Da che mondo è mondo, in ogni caso, sono veramente pochi quelli che di scrittura possono vivere. Forse due o tre in Italia. Tutti gli altri fanno altri lavori, magari collegati alla scrittura di romanzi, oppure muoiono di fame. È un problema che riguarda l’arte in generale, anche se in apparenza per gli artisti dello spettacolo è differente. Ma non è importante, alla fine. Ci sarebbero cose da cambiare, tipo la qualità di ciò che si pubblica, prima di pensare ai guadagni.

 

Si è cimentata nella poesia e nella narrativa, qual è il fil rouge che unisce questi due mondi e quali sono le incompatibilità?

Non tutte le mie poesie erano poesie. Non tutti i miei brani in prosa sono prosa. Ci sono poesie – non solo mie – che sono prosa che va a capo, ci sono racconti e romanzi in prosa che in realtà sono poesia (mi viene in mente almeno un romanzo contemporaneo che ho letto di recente, brani il cui suono non era semplice prosa). Le parole sono importantissime, il modo in cui le si mette insieme può trasmettere molto più di quanto immaginiamo. Non trovo incompatibili le due cose, anzi. Se guardiamo all’antichità le migliori opere di narrativa erano in versi. Quello che però unisce ciò che scrivo io è un lavoro sui cambiamenti e sui sentimenti, le metamorfosi e l’amore.

 

Lei ha scritto numerosi romanzi di vario genere, tra di loro c’è un “figlio prediletto”?

Ogni storia che ho pubblicato significa molto per me. “Gli attimi in cui Dio è musica” celebra una parte del mio passato e l’amore per la danza, è un lavoro personale e leggero nonostante tutto; “Addio a Bodhgaya” è un romanzo breve che mette insieme un viaggio che io ho compiuto più volte, in India, e il lutto anche per un amore finito; “Sette stanze” parla di un uomo che è sempre stato ciò che doveva essere e non ciò che era, che si ritrova a ricominciare dopo i cinquanta proprio da se stesso. Ci sono poi due racconti, di cui uno – “L’altra donna” – mi è particolarmente caro ma non è il mio preferito. Credo che il figlio prediletto sia il romanzo che devo ancora pubblicare, un lavoro complesso e molto cupo che ho scritto partendo da un sogno. Intanto lavoro ad altro, che magari sarà ancora più profondamente “mio”.

 

La passione per il cinema e le serie tv ha in qualche modo condizionato la sua ispirazione o il suo stile?

Le immagini e le storie sono per me fondamentali. Io sono condizionata da tutto ciò che vedo, anche solo un tramonto rientrando a casa. Ci sono anche i fumetti e i libri, tra le cose che mi ispirano. Il mio intento è di creare un mondo in cui chi mi legge si possa perdere senza porsi domande inutili. Come se vedesse un film, godendo di ogni singola immagine. Cerco di non copiare lo stile, di non seguire il suggerimento di un film o di una serie che mi è piaciuta. Non sono una da fan fiction per esempio. Se proprio devo lasciarmi tentare, la costruzione di un universo come quello di “Star Wars” o “Il signore degli anelli”, “Star Trek”, “Avatar”, “Blade Runner”, “Battlestar Galactica” mi sembra un gran bell’obiettivo. Creare qualcosa di diverso, che non c’è, che non sarà mai reale ma realistico quanto basta da immergersi e godersi la storia. Ecco, questa è una speranza più che un condizionamento.

 

Quali sono i suoi progetti futuri?

Come dicevo prima ho un ennesimo romanzo pronto, in cerca di qualcuno che creda in lui quanto me. È la mia creatura, ci tengo molto. Un romanzo particolare. Poi ho un altro romanzo di cui sto curando gli ultimi dettagli prima di fargli un editing e presentarlo agli editori. Un terzo romanzo che è da riscrivere dopo che è rientrato tra i trecento semifinalisti del Torneo IoScrittore ma che non mi soddisfa, altre idee a iosa. Solo che nel frattempo ho intenzione di essere felice e questo non dipende solo dalla scrittura.

 

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