Libere e fiere di essere noi stesse: Donne e dee

 

Sono stata così presa dal suo romanzo da perdere addirittura la mia fermata della metro (chi è di Roma potrà capire meglio il disagio che questo comporta!). Sto parlando di Emma Fenu e della splendida storia di donne che ha raccontato ne Le dee del Miele, pubblicato dalla casa editrice Milena Edizioni. Ho il piacere di poter parlare con lei di scrittura e di femminilità, e della magia che scaturisce all’unione delle due.

 

Emma, abbiamo in comune un legame speciale con il miele. Io l’ho scelto come cognome elettivo, tu lo rendi protagonista nel contesto del romanzo. Cosa c’è di tanto speciale in questo alimento?

Ciao Melania e grazie per aver mostrato tanto interesse per la mia scrittura.

Il miele è, per eccellenza, il cibo della saggezza e dell’eloquenza: sciami di api depositarono favi presso le culle o nutrirono quanti avrebbero poi avuto parole capaci, a loro volta di nutrire; ricordiamo Zeus, Achille, Platone, Pitagora, Sant’Ambrogio e Santa Rita.

Pagano e cristiano, quindi, si fondono in una storia senza soluzione di continuità, in cui vita e morte si abbracciano in un cerchio infinito.

Il miele, infatti, era destinato non solo ai bambini, ma anche ai defunti, i cui sarcofagi venivano unti dell’oro puro del nutrimento. Ecco perché l’ape è sacra alla Luna, archetipo del femminile rinascere mensile, e simbolo di Cristo, che sconfisse la morte con la resurrezione.

Le mie dee del miele sono donne comuni, eppur inconsapevolmente figlie e eredi della Grande Madre, capaci di nutrire di se stesse e di cogliere il retro gusto amaro della dolcezza.

So che hai lavorato a stretto contatto con tua madre per la realizzazione di questo libro, come è stato collaborare con lei? Dopo questa esperienza è cambiato il vostro rapporto?

Mia madre è molto diversa da me: tuttavia, anche se partiamo da punti opposti, ci ritroviamo, infine. Lei non ama ricordare, mentre io vedo nel racconto un’esigenza comunicativa che assume una valenza sociale e culturale, in quanto nutre con il miele della memoria e fa sbocciare l’identità, quale premessa e promessa del volo del futuro nel favo del passato.

Durante la stesura de “Le dee del miele”, avvenuta a Copenhagen, dove vivo, il rapporto, già viscerale e complesso, con mia madre si è evoluto: ci siamo riconosciute come due donne e il confronto fra noi dipinge del rosso del femminile la nostra storia. Lei è stata la memoria storica alla cui fonte mi sono dissetata per regalarle una storia che ripartorisse entrambe.

Leggere questo libro significa conoscere le tue radici e una parte intima di te che hai deciso di condividere con i lettori. Per questo sono rimasta molto stupita dalla scelta stilistica del narratore onnisciente piuttosto che una prima persona. Come sei riuscita a mantenere un punto di vista così intimo?

Io sono “l’anello di una catena che non si è spezzato”: ho raccontato di me, ma soprattutto di quanto è avvenuto circa 80 anni prima della mia nascita. Il romanzo è una saga familiare al femminile che si snoda per tutto il Novecento; solo “quella” voce narrante, che alla fine si svelerà, poteva rievocare il passato con amore, stupore, com-passione.

In ogni presentazione esordisco con l’affermare che ho voluto raccontare una storia a me, prima ancora che ad altri. Accanto al focolare del tempo mi sono messa in ascolto: ho udito (metaforicamente!) le voci degli spiriti, che non sono solo le anime dei morti, ma anche la parte più intima dei vivi.

Il romanzo è ambientato in Sardegna, tuttavia ho riscontrato delle similitudini potenti con delle tradizioni/riti dell’entroterra del centro Italia, luogo di nascita di mia nonna e cruciale per la mia formazione. Leggendo il tuo romanzo la mia memoria si è svegliata e ho ricordato un evento della mia infanzia che avevo rimosso: mia nonna e mia madre, di nascosto dal mio scettico padre, mi fecero fare il rito del malocchio che hai descritto da una donna denominata “Paciara”… è stato un tuffo al cuore perché quei gesti e quei sussurri, che hai egregiamente messo per iscritto, li ho rivissuti con una potenza incredibile: dall’ansia dell’avere a che fare per la prima volta con l’esoterico al sollievo quando il gesto del capo della donna ha confermato l’assenza del maligno. Ricordo però che le parole del rituale, almeno al mio paese, erano segrete ed era vietato ripeterle. Tu invece le hai riprodotte: hai infranto la regola del segreto oppure da voi in Sardegna non esiste?

La promessa di mantenere il segreto esiste anche in Sardegna. La formula deve essere rivelata solo il venerdì santo da una donna più adulta a una più giovane: io la appresi a dodici anni, anche se non ho mai eseguito la “medicina dell’occhio”. La ho rivelata nel romanzo? No… ho riportato solo l’inizio, ossia l’invocazione ai Santi Cosma e Damiano, due fratelli medici che vissero in Siria durante l’impero di Diocleziano.

 

Tu scrivi sulle e per le donne. Secondo te quali sono le battaglie che come genere dobbiamo ancora vincere? Come possiamo affinare le armi giuste per farlo?

Io scrivo sulle donne e per le donne e gli uomini. Dobbiamo vincere molte battaglie e tutte ci appartengono, non importa la distanza geografica e culturale: i diritti sono di tutti e tutti devono lottare per essi.

Essere donne è meraviglioso, tuttavia non facile. Le discriminazioni esistono anche se non plateali, anche se striscianti e camuffate, nascoste dietro parole e leggi applicate o ignorate. Il sangue muliebre che scorre macchia le mani di tutte e di tutti, di quanti hanno armato la mano dell’assassino e di quanti hanno chiuso gli occhi per non sapere.

Bisogna non negare voce a se stessi e agli altri; ognuno ha i propri mezzi e quelli deve mettere al servizio di una pacifica rivoluzione ed evoluzione che ci renda libere e fiere di essere noi stesse: Donne e dee.

Nell’immagine la copertina del romanzo Le Dee del Miele – Milena Edizioni – fotografia di Francesca Guerrini.

 

Emma Fenu
Emma Fenu

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