La paura come perdita del noto: intervista a Stefano Cortese

C’è un mostro in ognuno di noi. Lo fiutiamo quando allestiamo cene magnifiche senza pensare a chi muore di fame, quando ci eccitiamo relazionandoci col dolore o il grottesco, quando crediamo di essere immortali anche se non lo siamo affatto. Siamo tutti parte di una storia, di violenza, di potere, del lato oscuro della vita. Raccontare in forma scritta tale parte misteriosa dell’essere umane e umani non è facile. Il rischio di scadere nello stereotipo è alto così come l’uso di descrizioni inefficaci se non fuorvianti. Torno perciò a intervistare Stefano Cortese che alla paura di perdere il noto ha dedicato la sua nuova raccolta di racconti dal titolo Dark Explorer (Les Flâneurs – Settembre 2018).
Sinossi Dark Explorer
L’imprevisto che sconvolge una serata tranquilla, l’evento che travolge un’esistenza altrimenti normale. Una smagliatura nella realtà, un improvviso sfilacciamento del tempo, l’aprirsi di brecce verso altre dimensioni, il disvelarsi di insospettati e oscuri scenari che scaraventano dai battuti sentieri del noto alle sterrate radure dell’ignoto. Dark Explorer, nei dieci racconti che lo compongono, mostra una superficie fantastica in cui riecheggia un elemento assai familiare (quello della cosa proveniente da un altro mondo), annunciandosi, a un primo sguardo, come un’opera tradizionale e come un esempio tra i più diffusi della narrativa di genere. Se non fosse che, proprio qui, nascosta tra le pieghe del più classico dei topoi, si annida la sfida che Stefano Cortese lancia ai lettori più sensibili. Diversamente da quella narrativa dell’orrore che fa i conti con la paura di qualcosa, laddove qualcosa è sempre qualcosa di conoscibile e descrivibile, l’angoscia presente in Dark Explorer è spesso priva di un oggetto specifico, in quanto riguarda la pressione di una minaccia incombente ma sconosciuta, di una minaccia interna inconscia. Ecco, allora, che l’incubo peggiore non è la morte, che ancora tiene a distanza la cosa temuta proiettandola nel futuro, bensì il presagio di un vuoto onnipresente e più immediato, più atroce e più terrificante in quanto presente adesso. Inserendosi nel solco di grandi maestri come Hodgson e Lovecraft, l’Orrore Cosmico si fa, qui, impermanenza di tutte le cose, per ricacciarci «laggiù, nel buio senza tempo, dove i corpi non hanno peso e sono una cosa sola nel nulla».
  1. Stefano, nella produzione letteraria hai spaziato su diversi generi. Come funziona il tuo processo creativo? E cosa ti ha ispirato a “esplorare” il genere horror?

In verità, i miei primordiali tentativi di approccio alla narrativa vertevano volentieri all’horror, fortemente influenzati da letture di questo genere.

Ho iniziato a scrivere per vezzo all’età di circa undici anni e i miei primi cimenti erano brevi racconti dell’orrore, di cui è possibile trovare alcune tracce in testi come Oreste, incluso nella raccolta Dark Explorer, la gestazione del quale risale appunto a quel periodo.

All’epoca, ero un assiduo fruitore di questo genere di narrativa: conoscevo già William Hope Hodgson e Edgar Allan Poe e avrei di lì a poco scoperto H. P. Lovecraft.

Soltanto con la maturità, e dopo le esperienze narrative più mature, soprattutto quelle del romanzo storico, ho deciso di cimentarmi in maniera professionale nella letteratura horror, che richiede un grande impegno intellettuale, essendo un genere facilmente travisabile e assai delicato, poiché spesso soggetto ad una serie di pregiudizi che, almeno in Italia, tendono a depauperarne il valore eminentemente catartico.

In generale, il mio approccio è sempre determinato dalla delucidazione di un concetto essenziale, che ritorna spesso nei miei racconti: l’illuminazione della tenebra quale atto di coscienza dell’abisso. Non è possibile sfuggire al buio, poiché esso è qualcosa che prima conteniamo e poi, un giorno, arriva a contenerci.

L’orrore, quindi, non germina dal conflitto con l’alter (l’alieno, il mostro, l’estraneo), ma da ciò che esso rivela, ovvero l’inanità della nostra illusione di sottrarci al vuoto.

Tutto ciò nasce, almeno in me, da un gran desiderio di serenità: l’orrore è il luogo della liberazione dalle sovrastrutture morali.

L’uomo, ridotto all’essenza, è svuotato di significato, perciò fruibile dalla sua natura più verace: l’impermanenza di tutte le cose di cui egli è solo un frammento.

 

  1. Chi è la/il Dark Explorer?

Prima di essere la nave protagonista del racconto che intitola la raccolta, Dark Explorer esprime un concetto: l’inanità dell’atto d’esplorazione delle tenebre da parte dell’essere umano.

  L’uomo, sin dai primordi, ha avuto necessità di uscire dal buio, di sottrarsi all’oscurità, e non tanto (e non solo) a causa dei suoi pericoli, quanto, credo, a ciò che essa testimonia: la confusione totale da cui ogni cosa ha origine e verso cui ogni cosa è rivolta.

L’esplorazione delle tenebre è, dunque, una chimera, perché è un vano tentativo di arginare ciò in cui siamo già invischiati, ma che vogliamo tacere a tutti i costi. La dicotomia Bene/Male non c’entra nulla. Nei miei racconti, non esistono concetti morali sottesi all’orrore. Esiste soltanto l’uomo messo davanti alla sua corpuscolarità e la propria, vana, tendenza a credersene alieno.

Come dicevo avanti, l’uomo sfugge a qualcosa che l’ha già raggiunto, anzi, che lo precede. È l’approdo alla coscienza della sua ontologia a suscitare orrore.

 

  1. Quali tecniche di scrittura hai utilizzato per generare nel lettore suspense, ansia, terrore?

 

Di solito, evito completamente di pensare di suscitare sentimenti di questo tipo. Nella realtà, un fatto accade e basta e l’emozione che esso suscita è relativa. Così, credo, debba essere anche in una storia. L’evento si manifesta, senza mediazioni tecniche, a parte una buona descrizione e un equilibrato dosaggio di pause, parti integranti di qualsiasi testo narrativo ben congegnato. Sta al lettore, poi, evocare i mostri.

Tuttavia, riflettendoci, se dovessi evidenziare un espediente da me utilizzato spesso in questi racconti, suppongo sia quello di tener quasi sempre celato il mostro alla vista del lettore. Nulla, poi, di così originale, poiché si tratta di una tecnica abbondantemente utilizzata da scrittori e cineasti in molte opere di genere.

Lovecraft, ad esempio, evitava spesso di descrivere le proprie creature in maniera dettagliata, mostrando soltanto alcuni elementi salienti, ma lasciando all’ignoto il compito di suscitare sgomento. Anche nel cinema l’espediente è efficace, soprattutto quando l’apparizione del mostro potrebbe rasentare il ridicolo. Film come Alien o Lo squalo giocano su questa ambiguità. L’alter è sempre un’impressione, il che lo rende ancor più spaventoso perché, nonostante la sua presenza, qualcosa continua a rimanere invisibile.

Nei miei racconti, questa tecnica ha anche un’altra funzione: quella di dimostrare che l’avvento della cosa estranea è un fatto completamente destabilizzante. Quando l’essere umano vede il mostro, la sua intera cognizione del reale si frantuma, così egli non può vedere tutto, ma solo frammenti dell’ordito ontologico, tappe verso il definitivo annullamento psicologico.

 

  1. La quasi totalità dei protagonisti dei tuoi racconti è di genere maschile, a cosa è dovuta questa scelta?

 

In realtà non si tratta di una vera e propria scelta. La nascita dei protagonisti è quasi sempre istintiva e mi viene da ragionare poco sulla loro identità di genere. Infatti, in un’altra raccolta di racconti horror, Averno, storie di fantasmi napoletani, diversi protagonisti sono femminili, poiché in quel caso le necessità narrative imponevano che fossero tali.

Credo, tuttavia, che la predominanza di protagonisti maschili in Dark Explorer sia dovuta principalmente a un fattore tradizionale: i miei autori di riferimento, soprattutto Hodgson e Lovecraft, prediligevano protagonisti maschili nei propri lavori. Uniformandomi a quei modelli, un po’ per affetto, un po’ per tendenza, ho sfruttato anch’io il medesimo espediente.

 

  1. Quali autrici/autori sono tuoi punti di riferimento?

 

Ho già citato più volte i miei modelli ispirativi nel corso di questa intervista, autori per me imprescindibili, che mi hanno nutrito prima come lettore appassionato e poi come scrittore. Tuttavia, non mi definirei un eccellente conoscitore di letteratura horror. Molti autori mi sono ancora sconosciuti e sono felice di potermene imbattere.

William Hope Hodgson, gallese, morto in guerra nel 1918, autore prolifico di racconti e romanzi horror d’ambiente marinaresco e non solo, resta per me un vero e proprio feticcio: una sua raccolta di novelle mi fu regalata quando avevo cinque anni e d’allora non ho mai smesso di leggerlo. Il racconto Dark Explorer è addirittura dedicato a lui e ricalca gli stilemi, le atmosfere e la cadenza in omaggio ai suoi scritti.

Howard Philips Lovecraft, “Il solitario di Providence”, è un rifugio e un’ispirazione costante: senza i suoi libri, non avrei mai potuto concepire alcuni aspetti importanti della mia poetica.

Un altro autore per me insostituibile, soprattutto a livello tecnico, è Stephen King. Mi sono da poco avvicinato anche a Joe R. Lansdale. Di grande impatto sul mio lavoro è stata, poi, l’australiana Joan Lindsay, autrice di quel capolavoro che è Picnic a Hanging Rock, che credo riassuma il senso di ciò che io intendo per orrore.

Tra gli italiani, citerei Eraldo Baldini e il suo “gotico rurale”, al quale alcuni miei racconti, come Mais o Là sopra brillavano le stelle, pare siano assimilabili; Tommaso Landolfi, a cui rendo omaggio nel racconto Dark Explorer e ovviamente Dino Buzzati.

Di grande influenza sul mio lavoro sono state, poi, molte opere cinematografiche. I già citati Alien e Lo squalo, La cosa di John Carpenter, 2001: odissea nello spazio e Shining di Kubrick, Solaris di Tarkovskij, i lavori di George Romero e Sam Raimi.

 

  1. Quanto è stata importante la fase di ricerca (di cui abbiamo parlato nella nostra precedente intervista) per la realizzazione di questo progetto?

 

A differenza del romanzo storico, imprescindibile dai documenti, la narrativa horror consente un argine di movimento assai meno restrittivo.

L’immaginazione ha possibilità più ampie di poter spaziare, anche se un buon testo credo debba sempre essere vincolato da una serie di strutture organizzative che l’autore deve impiegare così da fornire un buon prodotto al lettore.

Gli autori sopraccitati mi sono stati indispensabili, sia a livello concettuale che tecnico: quando scrivo racconti horror tendo a fare letture dello stesso genere, al fine di tenere in allenamento quel particolare tipo di tensione emotiva (e quando hai gli incubi, e a me accade, ci stai riuscendo bene!). Gli auctores, quindi, fungono da fonti documentarie e stilistiche.

Quando l’ambientazione è poi legata ad una determinata area geografica, ad un momento storico particolare o a un ambiente sociale chiaramente definito, è ovvio che la ricerca debba allargarsi ad avere una comprensione esaustiva delle peculiarità di quella dimensione e la ricerca, quindi, non è così diversa da quella messa in campo per il romanzo storico.

Tutto sommato, credo la narrativa horror abbia lo scopo precipuo di essere un banco d’analisi più macroscopico delle mie prospettive poetiche. Se nel romanzo storico devo collocare il mio pensiero in un contesto definito a priori, con l’horror ho la possibilità di studiare le mie intuizioni in maniera assai meno parcellizzata: l’ampiezza dei sentimenti suscitati dal mostro consente di avere una visione più chiara della realtà sottoposta ad autopsia.

 

Note biografiche
Stefano Cortese è nato a Napoli nel 1990. È laureato in Lettere Moderne e specializzato in Filologia Moderna all’Università degli Studi di Napoli «Federico II». È autore del romanzo storico La miglior compagnia (Mantova, 2014) e del romanzo biografico Virgilio o la terra del tramonto (Napoli, 2015), oltre che delle raccolte Alla murena e al cielo di pioggia. Prose in versi (Roma, 2009) e Il basilisco o della speranza (Milano, 2017), patrocinato da AISLA Onlus. Per Les Flâneurs, è in preparazione il saggio Innati all’oscuro. Ritratti letterari dell’Ottocento italiano.

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