La generazione perduta di Thomas Melis

Thomas Melis è nato a Tortolì, in Sardegna, nel 1980. Ha studiato presso l’Università di Firenze e Bologna concludendo il suo percorso accademico nell’anno 2008. Nella vita si occupa di progettazione su fondi comunitari e consulenza aziendale per lo sviluppo. Ha collaborato con diverse riviste on line, dedicandosi alle analisi degli scenari internazionali e della politica interna. Per Lettere Animate Editore ha pubblicato A un passo dalla vita, il suo romanzo d’esordio, e lo spin off Platino Blindato.

  • Quando lasciò la sua terra d’origine, la Sardegna, per trasferirsi a Firenze, era deciso a non trasformarsi in una statistica sul mondo del precariato, come il protagonista del suo romanzo A un passo dalla vita? Più in generale, quanto c’è di lei in Calisto?

 

“Direi proprio di no. Quando lasciai la mia terra d’origine ero molto più ingenuo del protagonista di A un passo dalla vita. Cosa fossero concretamente le statistiche sul precariato l’ho capito studiando sui libri, all’università, e ancora di più quando ci sono finito in mezzo. In generale direi che in Calisto non c’è molto di me. Soprattutto perché in tutte le sue amletiche contraddizioni rimane un personaggio fondamentalmente negativo. Mentre io cerco di essere positivo, nonostante non possa negare che il pessimismo verso l’umanità, manifestato dal pensiero di Calisto nelle pagine del libro, sia il riflesso di un’idea ovviamente mia, mutuata da una ben nota costruzione teorica Occidentale che da Machiavelli passa per Hobbes e arriva fino a Schopenhauer”.

 

  • Nella sinossi del libro è riportato che il protagonista: “Vuole lasciarsi alle spalle lo squallore della periferia – gli spacciatori albanesi, la prostituzione, il degrado, i rave illegali –, per conquistare lo scintillio delle bottiglie di champagne che innaffiano i privè del Nabucco e del Platinum, i due locali fashion più in voga della città.” Quali strumenti ha utilizzato per rendere credibile la sua ambientazione? Ci sono particolari episodi di cronaca che l’hanno ispirata? Come mai ha scelto proprio la città di Firenze?

 

“Mi sono basato fondamentalmente sull’osservazione della realtà. Sia quella fisica della periferia di Firenze e di altre città del centro nord, sia quella riportata dalla cronaca. In questo senso non è stato un episodio particolare ad avermi colpito, ma tanti, tutti in serie, che riportavano alla luce il tema del tentativo di arricchimento attraverso il crimine da parte di settori sociali definibili come borghesi. Nelle pagine dei quotidiani si è passati dalle solite notizie, relative agli affiliati alle grandi organizzazioni criminali nazionali e alla loro manodopera, ai resoconti sugli studenti pizzicati a vendere droga ai propri coetanei per pagare il lusso delle serate nei locali glamour, e così gli imprenditori, determinati a rimediare ai buchi di bilancio, causati dalla crisi, importando cocaina dal Sudamerica. Tutto questo è stato per me come un segnale del punto preciso in cui la commistione tra povertà, crisi economica, soldi facili e malvagità umana potesse sfociare nell’impresa criminale di soggetti non appartenenti a determinati mondi. La città avrebbe potuto essere una qualsiasi (infatti non è mai nominata esplicitamente) ma Firenze, in un contesto simile, offriva un palcoscenico perfetto: l’eccellenza dell’arte rinascimentale del centro storico e il visibile scontro con la miseria nascosta sotto il tappeto della periferia, appena fuori la cosiddetta bomboniera. Certo, vedere le strade sotto le aule dove passavo il tempo a studiare riempirsi di prostitute al primo tramontare del sole, oppure trovare distributori di lacci emostatici e siringhe davanti alle farmacie, a pochi metri di distanza, a reso più semplice la mia opera di ambientazione del romanzo”.

 

  • In questo ultimo periodo si è sentito molto parlare del reddito di base (diverso dal concetto di reddito di cittadinanza o reddito minimo di stampo governativo/M5S) come mezzo per alleviare, se non addirittura risolvere, le problematiche di cui abbiamo trattato nella domanda precedente. Per quella che è la sua esperienza, reale e/o di approfondimento letterario, come giudica la proposta?

 

“L’Italia è la seconda economia OCSE per livello di disparità economica, subito dopo gli Stati Uniti. Questo dato, da solo, è sufficiente a giustificare una qualche forma di sostegno al reddito. Parliamo di un Paese abitato da quasi 5 milioni di persone in povertà assoluta, a cui vanno aggiunti altri 8 milioni di Italiani in condizione di povertà relativa. Ed è qui che nascono i problemi, perché, come ha mostrato un’interessante inchiesta della giornalista Nunzia Penelope, l’Italia sembra essere un Paese ricco ma abitato da poveri. Nel nostro Paese esiste una ricchezza privata pari a 8.000 miliardi di euro, la più consistente di tutta la UE, superiore a quella della Germania, però, curiosamente, non si capisce dove sia. Facciamo degli esempi? In Italia il lavoratore dipendente spesso denuncia al fisco cifre più alte di colui che lo ha assunto. Ci sono in giro 100 mila yacht e 600 mila auto di lusso ma solo 682 italiani – ripeto, 682 italiani – dichiarano oltre un milione di euro. Questo è un rovescio della medaglia non secondario, e impone scelte ben precise rispetto alla potenziale platea degli aventi diritto a forme di sostegno simili – siano esse il reddito minimo, di base, di cittadinanza o qualsivoglia etichetta. Il sussidio non potrà essere di certo universale e dovrà essere distribuito solo a coloro che ne hanno veramente bisogno. E dirò di più, dovrà essere strettamente necessario, in senso assoluto, perché forse potrà risultare un’idea calvinista ma credo che l’essere umano abbia bisogno di lavoro, non di carità. Ovviamente sarebbe imprescindibile avere a disposizione la volontà e le competenze per individuare la grande masse di evasori, per mettere a punto uno strumento di garanzia sociale di tale portata, per stabilirne scientificamente i beneficiari. Purtroppo non credo che l’attuale classe dirigente italiana abbia anche solo una di queste qualità”.

 

  • Come ha sottolineato in diverse occasioni riferendosi al romanzo, Mario Monti ha definito la generazione dei nati negli anni ’80 “generazione perduta”. Ritiene che lo sia anche dal punto di vista editoriale? Secondo lei quando nel 2200 gli studenti del futuro apriranno i loro libri di testo, quali autori saranno citati come rappresentanti di questa generazione? E quali editori?

“Beh, probabilmente non sono in grado di rispondere a questa domanda. Non credo di essere così preparato sulla letteratura contemporanea nazionale e internazionale da offrire un’analisi valida. Certo, se penso alla produzione della generazione degli anni ’80 non mi viene in mente molto di memorabile. Cosa potrebbe sopravvivere fino al 2200? Forse solo Gomorra, forse solo il lavoro di Roberto Saviano. Anche in questo campo viene confermata la definizione resa celebre da Monti: generazione perduta. Ma in realtà non è nostra nemmeno quella, perché appartiene alla generazione del ’99 – il 1899 – sacrificata lungo le trincee della Prima guerra mondiale. La mia generazione lascerà poche tracce di sé. Per una serie di circostanze è stata sacrificata, diversamente dalla “generazione perduta” originale, in un modo meno cruento ma non meno spietato. Gli è stata praticata un’eutanasia. E questo mi sembra valere anche a livello letterario.

In merito agli editori che verranno ricordati (al di là dei giganti del settore) mi piace pensare che un posto importante venga riservato a Edizioni E/O, una casa editrice che dà molto spazio ad autori trenta/quarantenni e che pubblica una collana noir, chiamata Sabot/Age, incentrata su temi di denuncia sociale e sulla condizione del Paese. Argomenti che vorrei fossero considerati come filo conduttore di quest’epoca e di questa generazione, se mai qualcuno tra 200 anni ne dovesse mantenere memoria”.

 

  • La cito: “La nostra generazione ha perso tutti i treni di un benessere che pareva certo e, soprattutto, promesso. La storia di Calisto, il personaggio principale, è quella di chi decide di ribellarsi a ogni costo a questa condizione, di chi decide di farlo violentemente. Se dovessi racchiudere in una sola frase la trama e il senso del romanzo direi che è la storia di coloro che decidono di fare la scelta sbagliata.” Pensa che scegliere di ribellarsi utilizzando la violenza sia sempre una scelta sbagliata? Oppure lascia spazio a giudizi meno rigidi in casi specifici? (mi riferisco ad esempio alla storia delle suffragette)

 

“Sono situazioni estremamente differenti tra loro, e delicate. Credo che nel combattere una dittatura, o comunque un sistema oppressivo che violi i diritti dell’individuo, sia lecita anche la reazione violenta, in determinate forme e con precisi limiti. I personaggi del mio romanzo però non combattono una dittatura. La tirannia alla quale si ribellano è prima di tutto dentro la loro testa. La loro è una reazione violenta finalizzata al conformismo, al raggiungimento di tutti quei vantaggi effimeri il cui possesso hanno visto rappresentato come necessario, sin dalla nascita, per non risultare perdenti. È la storia di un’educazione sbagliata che proietta la ricchezza in una dimensione priva di morale, all’interno della quale tutto è lecito pur di raggiungere l’obiettivo principale: i soldi. Del resto mi sembra evidente che nel nostro tempo i modelli scelti dai giovani siano anzitutto negativi, al sud come al nord. E certo, il male ha sempre affascinato l’umanità, ma non fino ai livelli raggiunti oggi nel nostro Paese. In Italia bisogna essere furbi, non necessariamente onesti, ma furbi sì, di sicuro. È questa l’idea che è passata attraverso i media negli ultimi trent’anni e che ha devastato un certo pensiero civico che in precedenza ancora esisteva. Mi chiedo cosa potrebbe scegliere un giovane che a 25/30 anni non abbia mai avuto un’occupazione stabile, uno senza nessuna immagine positiva del futuro davanti agli occhi. Sceglierebbe l’onesta o la ricchezza? La reazione violenta o il bene?”.

 

  • Quali sono i suoi riferimenti letterari?

“Ne ho tantissimi, ma prediligo la narrativa nazionale. Amo le storie con le quali posso rapportarmi, le ambientazioni che conosco a fondo. E ciò mi porta a scegliere scrittori italiani. Tra i principali un posto d’onore spetta senza dubbio al Collettivo Wu Ming di Bologna, realtà letteraria cha ha teorizzato il New Italian Epic, genere che più sento mio. A pari merito menzionerei Giancarlo De Cataldo, autore di Romanzo Criminale e, insieme a Carlo Bonini del quotidiano Repubblica, della saga sulla moderna mala romana iniziata con Suburra.

Un’altra importante  influenza viene dal Collettivo Sabot, diretto da Massimo Carlotto, e composto da autori come Luigi Romolo Carrino e Piergiorgio Pulixi, che in forme diverse esprimono un modo di vedere la narrativa, più strettamente noir, che mi piace moltissimo.

Amo anche il lavoro di un giovane scrittore toscano con tutte le carte in regola per diventare un grande della letteratura contemporanea. Parlo di Vanni Santoni, autore di Se fossi fuoco arderei Firenze e di Muro di casse, opere che tra le altre cose trattano alcuni temi chiave di A un passo dalla vita. In questo senso non posso non citare un romanzo di Giuseppe Culicchia, ambientato a Torino e intitolato Brucia la città. Mi è capitato di rileggerlo recentemente e di comprendere quanto debba a questo libro, in tutti i termini. Per farla breve Brucia la città racconta, con uno stile infinitamente superiore al mio, il dramma umano della generazione ’80, filtrandolo attraverso gli occhi di un gruppo di giovani altolocati che potrebbero essere i clienti di Calisto e della sua impresa criminale. Rileggerlo dopo circa sette anni dalla prima volta, dopo decine e decine di altri romanzi letti e uno scritto, è stato scioccante. È stato come rivedere dall’altro lato di uno specchio la storia che ho voluto raccontare.

Potrei continuare menzionando gli straniere o le letture più teoriche legate all’economia, alla storia e alla politica nazionale e internazionale, ma credo di essermi già preso fin troppo spazio”.

 

 

  • Cito un giudizio espresso sul suo libro “Un testo crudo, spudoratamente reale ed espressivo”. In un’intervista ha dichiarato che il suo stile di scrittura è stato fortemente condizionato dall’esperienza professionale e da quella di giornalista. Come può un autore “allenarsi” per raggiungere un livello stilistico di questo tipo?

“Dovrà prima di tutto leggere, leggere e ancora leggere. La scrittura può e deve certamente essere allenata per potersi affinare e piegare al volere dell’autore. Mi viene in mente l’immagine di un purosangue che scatta senza controllo e che ha bisogno di essere indirizzato per rendere al meglio. Per ottenere questo tipo di competenza bisogna inevitabilmente scrivere quotidianamente e per lungo tempo, attività che nel mio coso ha fatto parte di alcune esperienze professionali e che pertanto non ho avuto difficoltà a sviluppare. Ma tutta la pratica immaginabile rimane del tutto inutile se non si conosce il lavoro dei grandi autori, se non si dedica alla lettura altrettanto spazio e se non si cerca di comprendere come sono stati scritti i libri di chi sa scrivere. Tentare di scrivere un libro senza questo tipo di conoscenza è un’operazione destinata al fallimento. A meno di non essere dei geni, ma non mi pare che questi ultimi abbondino nella nostra epoca”.

 

  • Cos’è uno spin off? Nella sua esperienza è stato uno strumento utile per promuovere l’opera principale?

 

“Lo spin off è sostanzialmente un lavoro derivato da un’opera principale – appartenga essa alla letteratura, al cinema o alla televisione – che può essere ridotto o di dimensioni analoghe alla prima. Nel campo della letteratura, prende solitamente la forma di una storia che approfondisce un personaggio secondario, mostrandone il passato o anche l’evoluzione. Può avere diversi scopi. A livello narrativo è uno strumento in grado di aprire nuove porte all’autore. Dà infatti la possibilità di mantenere il mood dell’opera madre ma di cambiare la prospettiva della narrazione su vari livelli. Nel mio caso, l’utilizzo dello spin off ha unito l’intento promozionale, offrendo una breve storia scaricabile gratuitamente in formato e-book, a quello dell’approfondimento narrativo. Il racconto è intitolato Platino Blindato e apre uno squarcio su uno dei personaggi di A un passo dalla vita e sul mondo che nel corso degli anni ha costruito nella città di Firenze. Devo dire che è stato veramente utile. Ha allargato la platea dei miei lettori e ha contribuito a tenere alta nel tempo l’attenzione verso il romanzo, mantenendosi per oltre un anno nella Top100 Amazon dei Gialli gratuiti. Ha svolto una funzione di visibilità che nel nostro tempo è fondamentale. D’altra parte, mi ha permesso di approfondire alcune tecniche narrative e sperimentarne delle nuove”.

 

Fotografia di David LaChapelle – After “The Deluge”

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