Hacker Porn Film Festival 2018: le mie recensioni

Nonostante la chiusura (speriamo solo temporanea) dei cinema «l’Aquila» e «Kino», gli organizzatori dell’Hacker Porn Film Festival hanno goduto della benedizione della Dea Avanguardia e sono stati all’altezza delle (elevate) aspettative maturate a seguito della fortunata prima edizione. Contano poco, infatti, la scomodità delle sedie o il rumore del tram di sottofondo, perché il «30 Formiche» e lo «Sparwasse» hanno saputo accogliere l’evento come meglio non avrebbero potuto, mentre i contenuti (coraggiosi, estremi, intriganti e grotteschi) hanno fatto il resto.

Di seguito le mie suggestioni relativamente alle opere di cui ho preso visione:

 

 

Il Principe di Ostia Bronx di Raffaele Passerini

Che in questa seconda edizione l’HPFF avesse deciso di alzare l’asticella mi è stato chiaro fin dalla scelta del film d’apertura. Non un porno, bensì una scommessa, un documentario ultra-low budget: Il Principe di Ostia Bronx [Italia, 2017] diretto da Raffaele Passerini, vincitore di tre premi alla scorsa edizione del Biografilm Festival di Bologna.

 

Sinossi

“Quando vivi nel mondo tuo, un po’ il sistema lo batti”, dice con uno sguardo umile e libero il protagonista del film Il Principe di Ostia Bronx. Il film-documentario parla di due artisti rifiutati e bistrattati – Dario, il Principe, e Maury, la Contessa -, due personaggi fuori dalle regole che hanno fatto della spiaggia nudista di Capocotta il loro personale palcoscenico. Un film che ci invita a non avere paura dei propri fallimenti e a riflettere sul malessere di una società che non ammette passi falsi, tentennamenti, fragilità. Un inno alla vita, all’autenticità di chi vive ancora sentimenti puri e al di fuori delle regole.

 

Al contrario di quanto mi aspettavo, il film non impietosisce né tantomeno assume posizioni moralistiche nei confronti del mondo dello spettacolo o di una società incapace di accogliere le differenze. Si tratta di un lavoro poetico e sperimentale che propone una riflessione lucida sul fallimento e sulle infinite possibilità di riscatto. Memorabile la riflessione di Dario sull’amore: “È una cosa che non auguro neppure al mio peggior nemico, perché poi soffri e stai male.” …E come dargli torto?

 

 

MY BODY MY RULES di Emilie Jouve – Menzione Speciale dell’HPFF 2018

 

In anteprima nazionale è stata proposta questa eccellente indagine sul corpo, sullo spazio che può rivendicare grazie a una performace e sulla capacità di narrazione di sé.

Otto ritratti intimi, otto storie diverse che si moltiplicano nell’incontro l’una con l’altra, otto identità che si fondono e allo stesso tempo riconoscono nel gruppo.

 

Sinossi

Lontano dai diktat di cui è schiava la bellezza femminile, questo film è un viaggio nell’universo di altri corpi. Corpi che rivendicano uno spazio, che disturbano, che non possono parlare, che divorano, che sanno godere e sono liberi di farlo, corpi disabili, corpi performativi, corpi anziani e soprattutto corpi che si trasformano. In poche parole quei corpi che sono liberi e selvaggi. Il film si interroga sulle norme e il controllo sociale e ci pone davanti a resistenze possibili attraverso una galleria di ritratti. Un film sperimentale attorno all’immaginario dei corpi, sulla nudità politica e le sue rappresentazioni.

 

Durante la visione del documentario ho dovuto chiudere gli occhi per tre volte. E la cosa non mi ha irritato, anzi. È stato un piacevole cono di luce che ha illuminato nuovi limiti inesplorati. My body my rules non mi ha risparmiato infatti né il disgusto né quel fastidio conosciuto nel momento in cui viene intaccato il proprio senso del pudore. Il corpo viene rappresentato come puro atto narrativo e, in quanto tale, dello stesso è tutto profondamente armonioso: disabilità, mestruo, saliva, latte, ciccia… Tutta “verità” che finisce per spegnere qualsiasi tentativo di tono drammatico, o melodrammatico.

 

 

The Misandrist di Bruce La Bruce

La nuova creatura di Bruce La Bruce porta in scena il sogno stereotipato della “ArciLesbicaX”: la rivoluzione della segretissima armata di amazzoni lesbiche contro il patriarcato.

 

Sinossi

Nel paese di Ger(wo)many, in una casetta di campagna tra Hänsel und Gretel e Suspiria, è nascosta la sede segreta del FLA, Female Liberation Army, un’armata di donne lesbiche che progetta una rivoluzione definitiva contro il patriarcato. Big Mother è la leader suprema ed educa le sue ragazze all’amore lesbico attraverso la pornografia. Le combattenti vivono in un rigoroso rispetto delle regole, tra queste l’assoluto divieto di ospitare o comunicare con uomini. Un giorno, un giovane dell’estrema sinistra berlinese ferito a una gamba, viene soccorso da una giovane adepta del FLA. Da quel momento l’ordine di Ger(wo)many inizierà a vacillare. Un mondo fatto di addestramenti, divise con il simbolo di Venere, porno lesbo e castrazioni punitive. Un film irriverente e cattivo condito da un gusto – cattivo gusto – tipicamente watersiano.

 

Ho sinceramente trovato un po’ eccessiva l’insistenza sui caratteri trendy e alternativi dei vari personaggi, quasi fossero necessari questi elementi per arricchirne la personalità o aumentare l’immedesimazione del pubblico, privilegiando un target “un po’ underground un po’ pop”. Alcune scene madre, i dialoghi brillanti e la splendida Big Mother (il cui charme è paragonabile a quello di Miranda de Il diavolo veste Prada) sarebbero bastati a dare la giusta caratterizzazione al film.

 

 

ISVN di Monica Stambrini

Chi è Valentina Nappi? Oltre alla targhetta di pornostar, oltre alle discutibili dichiarazioni rilasciate su giornali e social, Monica Stambrini ne offre un ritratto inedito, in una location esteticamente incantevole, il laboratorio dell’artista Corrado Sassi a Roma.

 

Sinossi

Il film si apre su Valentina in taxi al suo arrivo a Roma. La vediamo parlare al cellulare con il fidanzato, dare indicazioni sul posto in cui verrà ospitata per la notte – il laboratorio dell’artista Corrado Sassi – annoiarsi, curiosare fra gli oggetti della casa in cui si trova, lavarsi i denti, cambiare l’assorbente. Potrebbe benissimo essere una sera qualunque della sua vita, in trasferta a Roma per lavoro e ospite in una casa che non conosce. Qualche manciata di minuti dopo arriva il sesso con l’amico: lungo, a più riprese, pieno di passione. Un ritratto inedito della porno attrice Valentina Nappi. Dopo Queen Kong, Monica Stambrini svela il lato nascosto del porno, quello mai raccontato, fatto di intimità e tenerezza.

 

Esiste una piacevole confusione di fondo tra ciò che è vero e ciò che è un falso narrativo a un livello tale che non saprei dire cosa sia uno e cosa sia l’altro. La telefonata iniziale ricevuta in taxi da V., il ruolo dell’“amico”, l’atto di dormire abbracciati: Stambrini è riuscita a combinare lo strumento del ridicolo (come il ragazzo che si ingozza prima della performance, o il bidet improvvisato nel bagno sgarrupato) e a giocare con la “cronaca” pornografica deformandola fino a renderla risibile e dimostrare quanto questo non stoni, quanto in un mondo colmo di stereotipi possano essere eccitanti i dialoghi, i dettagli o la noia.

 

 

Ki è my Papino? di Diego Tigrotto

Dopo il Premio No Gender No Border vinto alla scorsa edizione, Diego Tigrotto ha proposto quest’anno un corto post porno capace di ribaltare i cliché del sex work, sottolineandone la facoltà di “esaudire” fantasie erotiche in un contesto SSC (sano, sicuro, consensuale). E anche da un punto di vista tecnico e stilistico, sono stata conquistata dalla cinematica di Tigrotto. Basti pensare al modo in cui la macchina da presa si sia fatta occhio, per guidare lo sguardo dello spettatore lungo tutta la narrazione, grazie a un gioco di montaggio e di camera capace di estendere o restringere la visuale fino al display del telefonino per carpirne i dettagli.

Ki è my Papino? ha vinto la seconda sfida più avvincente del post porno – dopo la rottura della gabbia dell’eteronormatività patriarcale – ossia l’erotizzazione del safe sex (sono infatti molto efficaci le immagini e le parole scelte quando il protagonista indossa il preservativo).

Intensamente eccitante è stata anche la scena dello squirting, nella quale ho apprezzato la ripresa che, contrariamente a quanto accade del porno tradizionale, non è stata ossessivamente ferma sul sesso della protagonista in morbosa attesa dello schizzo, ma ha aperto lo sguardo alle guance rosse dei protagonisti, al calore delle frasi scambiate.

La location forse poteva essere più ricercata, però è anche vero che tutta questa tensione all’estetica e al perfetto design alla Erika Lust sta diventando stucchevole. Molto più simpatico il peluche imbronciato sul letto!

Melania Mieli

Di seguito i contatti per informazioni:
hackerpornfest@gmail.com
hackerpornfest.com
facebook.com/hackerpornfilmfestival
instagrama.com/hpff_rome

30 FORMICHE  via del Mandrione 3

SPARWASSER Via del Pigneto 215

(Le immagini utilizzate nell’articolo sono tratte dalle opere proiettate durante l’edizione 2018 dell’HPFF)

 

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