Femdom: un punto di vista femminista

Sono stata contattata da una laureanda che sta chiudendo il suo percorso di studi con una tesi sulla sessualità femminile nell’arte e il ruolo della femdom. Riporto di seguito le mie risposte alla sua intervista che rappresentano il mio punto di vista personale aperto a chiarimenti e dibattiti.

1.Cosa è il Femdom per te? Come lo interpreti dal tuo punto di vista?

Melania: «Il Femdom deriva dalla contrazione delle parole “Female” e “Domination” e indica un ruolo di potere assunto da una donna, col consenso del partner (anche definit* “slave”), nell’ambito del BDSM. Gli asterischi che utilizzo nella redazione di questa intervista hanno la funzione di sottolineare l’emancipazione della figura della femdom dal ruolo di oggetto per l’uomo alfa e di dare valore piuttosto a quello di soggetto che sceglie a piacimento il/la partner seguendo il proprio orientamento bi/lesbico/+. Le modalità con le quali tale ruolo di egemonia si esprime sono varie e complesse. Oltre a pratiche mainstream come il feticismo del piede, la penetrazione attraverso lo strap-on, il bondage, la frusta… ne esistono di sottili e mentali come quelle legate all’umiliazione o alla negazione dell’orgasmo, e altrettante profondamente intime come il pissing o il fisting. Possono essere associate pratiche di femminilizzazione o infantilizzazione del/della slave. Molto spesso una relazione di questo tipo non comprende atti sessuali comunemente intesi, come la penetrazione vaginale.»

 

2. Una donna, come interpreta e vive il piacere a dominare?

Melania «Non credo che esista un’inclinazione naturale che diversifica il modo in cui una donna interpreta e vive il piacere di dominare rispetto a quello di un uomo. Ognun*, secondo le proprie esperienze di vita, associa al potere o alla sua sottrazione una componente di eccitazione sessuale. È altre sì vero che nessun* è salvo dai condizionamenti collettivi e su entrambi i generi pesano le regole sociali comunemente accettate. Sulle donne, in particolare, grava il peso del millenario diktat patriarcale uomo-forte-sopra versus donna-debole-sotto. Ribaltare tale paradigma assume una valenza “politica” elettrizzante, come se l’energia di secoli e secoli di oppressione potesse confluire nello schiocco di frusta di una femdom autodeterminata.»

3. Quali sono gli elementi che fanno una donna Dominatrice per se stessa? (togliendo la visione maschilista del fetish)

Melania «L’arte della dominazione -intesa come fusione di tecnica, istinto e responsabilità e non mera attitudine “genetica” alla predominanza- è comprensibile a conclusione di percorsi personali e/o collettivi di autodeterminazione. La consapevolezza della propria storia, sia personale sia in quanto appartenente a un genere, e delle proprie attitudini gioca un ruolo cruciale. L’educazione sociale alla sottomissione delle donne (che va dallo scoraggiare qualsiasi tipo di ambizione lavorativa all’addomesticamento del corpo affinché diventi oggetto “scopabile” per il maschio, solo per fare qualche esempio) è un invito per tutt* a chiederci come ha influito su di noi, su nostri desideri, sulle scelte e i ruoli che interpretiamo e quelli che invece rifiutiamo. La Dominatrix “per sé stessa” sovverte l’ordine stabilito da secoli e secoli di soprusi perpetrati sul proprio genere, questo tuttavia non significa che l* slave in suo potere debba diventare un capro espiatorio, al contrario, può trasformarsi in strumento di guarigione attraverso il quale sanare le ferite causate dalle oppressioni subite. Un altro elemento che considero altresì efficace ma non necessario per la costruzione di un’identità femdom è l’esperienza formativa nel ruolo di slave. La dialettica serv*-padron* pone il dubbio sulla reale condizione di “superiorità” dei due soggetti, per questo sperimentarsi in entrambi i ruoli può aiutare a “sentire” e “sentirsi” quando si sceglie alla fine di un percorso di dominare. Per quella che è la mia esperienza, chi sa con maestria trovare il lato sano, erotico, gioioso della dominazione è l* switcher, ossia colei/colui che, nell’ambito della comunità BDSM, non si chiude in modo esclusivo in un ruolo ma gioca entrambi.»

 

4. Pensi che tutte le donne possono essere Dominatrici oppure come possono sviluppare questa parte loro?

Melania «Penso che ognun* racchiuda in sé tutti gli archetipi maschili e tutti quelli femminili, dunque la risposta alla tua domanda è sì. Gli archetipi – o modelli di comportamento – che richiamano all’identità femdom sono tipicamente quelli che rappresentano la personificazione dello spirito femminile indipendente. Facendo riferimento a Dei e Dee dell’antica Grecia come rappresentazione simbolica di archetipi psichici universali che albergano in ciascuno di noi, mi sento di nominare Artemide e Afrodite. L’archetipo Artemide rappresenta la perfetta dominatrice in grado di far dipendere il proprio appagamento unicamente da ciò che è e dalle pratiche che esercita – e non dal fatto di essere gioco di quest* o quell* slave. Può essere altresì spietata e infliggere punizioni esemplari, degne di una specialista in materia di disciplina. La “fredda” Artemide, inoltre, è talmente concentrata sui propri obiettivi, da non notare i sentimenti di chi le sta accanto. Come risultato di questa attitudine, un* slave potrebbe appagare il desiderio di sentirsi insignificante ed escluso, e per questo adorarla! Il fattore chiave di successo per questo tipo di dominatrice è la gestione delle implicazioni sentimentali che possono nascere o meno da un rapporto sub/dom. Altro archetipo calzante per una femdom femminista è quello di Afrodite. La dea dell’amore, infatti, col suo gusto per la libertà, la naturalezza e il gioco può diventare una eccellente dominatrice perché non conosce paura ed è svincolata dal bisogno. Così aperta, curiosa, pronta a sperimentare e a trasformare i timori in voglia d’avventura è in grado di godere di ogni aspetto dell’arte della sottomissione. Un’Afrodite può essere adorata da un* slave perché si ama e nutre il mondo BDSM di grazia e bellezza. È il tipo di femdom che sa anche sorridere gioiosa; entra ed esce dal ruolo con ricercatezza, sa accettare le concessioni del/della sottomess* onorandol*; infine può rendere unica e tenera (senza scadere nel sentimentalismo) la fase delle coccole post sessione.»

5. Se sì, come pensi che le potrebbe aiutare a sviluppare la loro parte femminista e come il loro potere nella sessualità, società e rapporti?

Melania «Una equilibrata unione tra analisi introspettiva e costruzione di una rete di sorellanza. La prima finalizzata alla consapevolezza delle proprie attitudini e dei propri desideri che aiuti a capire, tra le tante cose: se esiste “sul corpo” una reazione di eccitazione derivante della pratica sottomissoria oppure se quello che si vuole è non deludere le aspettative di altr*; se si è pronte a spendere il proprio tempo e le proprie energie nello studio serio e attento delle pratiche BDSM (passo necessario per esaudire le proprie fantasie e quelle del partner in un contesto sano, sicuro e consensuale – espressione meglio conosciuta con la sigla “SSC”); se si è consapevoli che una relazione di tipo DS non ha per forza implicazioni sentimentali… La costruzione di una rete di sorellanza mira altre sì a circondarsi di persone che frequentano spazi femministi, BDSM, queer con cui instaurare uno scambio reciproco che può variare dagli aspetti più tecnici (il miglior sexy shop in città dove acquistare frustini, ultime novità in fatto di sex toys, nodi migliori per sospensioni bondage…) a quelli emotivi, come la gestione di sentimenti che possono inquinare la relazione con il/la propri* sottomess*: il possesso, la gelosia, la sovrapposizione di più relazioni. Questo aspetto assume una valenza politica nella misura in cui l’unione di soggettività femdom occupa uno spazio, sia fisico sia concettuale, e rivendica di per sé stesso l’esistenza di una sessualità vissuta al di fuori degli schemi convenzionalmente accettati della coppia etero monogama (almeno all’apparenza!) che fa sesso alla missionaria.»

 

6. Secondo te, come si potrebbe eliminare questa visione maschilista (come oggetto) della donna dominatrice?

Melania «L’oggettivazione della donna dominatrice a uso e consumo del maschio alfa etero è un “di cui” della più ampia oppressione di genere che caratterizza il contesto storico e attuale in cui viviamo. Credo che questa visione, così potente e radicata, possa essere distrutta da una guerra su due fronti: il primo globale, che consiste nel riconoscere il filo rosso che unisce tutte le istanze femministe, genera una lotta totale in grado di smuovere le fondamenta della struttura machista (per esempio, lo sciopero globale delle donne che dall’8 marzo 2017 vede partecipi più di 50 paesi in tutto il mondo); il secondo “locale”, e consiste nel creare attraverso le proprie opere (azioni quotidiane, scrittura, performance, produzione post pornografica…) un nuovo immaginario. Cito un famoso slogan femminista “Siamo la luna che muove le maree, cambieremo il mondo con le nostre idee”»

 

7. Come rappresenteresti con la tua visione femminista la donna dominatrice?

Melania: «Per rispondere a questa domanda cito Ladies Almanack di Djuna Barnes che in queste parole restituisce tutto il senso che ha per me il ruolo della femdom:

“…e con la Frusta nella mano, chiese alle sue Cucciole di seguirla per il Sentiero del Destino fino a che fossero cresciute e diventate Cagne Purosangue, Cagne da caccia con al Sicurezza nella punta della Coda.”

 

8. Pensi che nell’arte c’è l’immagine della vera donna dominatrice?

Melania: «Dipende da quanto sono stretti i paletti che definisco il concetto di arte. Se si intende l’arte pittorica e scultorea che si studia nelle scuole, per esempio, temo che il settore sia e sia stato appannaggio maschile. Persino nelle rappresentazioni delle Dee femministe per eccellenza, Artemide e Afrodite, non ho trovato nulla che associo a una donna dominatrice.  Cito Matteo Micci, scrittore e autore di una rubrica dedicata agli archetipi per il sito The Reef and The Craft: “Secondo il mio punto di vista andiamo dalla donna angelicata della classicità e del cattolicesimo fino alle immagini “demonizzate” degli ultimi secoli. Non c’è una reale rappresentazione della dominanza femminile, nemmeno quando la donna è “leader” – come nel quadro “La liberté guidant le peuple” dove la donna rappresenta la Libertà, la Francia. Nell’arte classica, la donna è simbolo di tutto fuorché di sé stessa.”

Ampliando lo sguardo a ciò che personalmente definisco arte, mi viene da citare il bellissimo video clip Human Nature di Madonna . In letteratura c’è il personaggio di Melisande Shahrizai, l’antagonista  della saga Terre D’Ange di Jacqueline Carey, personaggio con una vena sadica che può diventare pericolosa se non mitigata dalla saggezza acquisita tramite la rigida educazione famigliare.  Qualcosa di interessante lo rintraccio anche nel settore cinematografico: The Dreamers (2003 – Bertolucci) la scena in cui Eva Green vestita da Venere di Milo pratica un accennato ma efficace facesitting; Venere in pelliccia (2013 – Polański)  la scena finale in cui una Emmanuelle Seigner danza furente e soddisfatta intorno a un uomo, che ha sottomesso mentalmente e fisicamente.»

 

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