Come praticare la resistenza alla sciatteria (anche della narrazione!): intervista ad Antonella Di Marzio

Dalle “sentinelle del decoro” all’ufficio di coordinamento dello stesso, dalla discussione sulla riapertura delle case chiuse all’agghiacciante seguito della propaganda della “ruspa”, in questo 2018 il tema del decoro è stato, e continua a essere, in primo piano. È proprio questo vocabolo, dunque, che rappresenta la lettera D del dizionarietto Le parole sono importanti (terza pubblicazione di DOTS), a cura di Antonella Di Marzio, impiegata in ambito universitario e con un passato in editoria.

Antonella, quando ti è stato chiesto di rappresentare il 2018 con una parola hai scelto “decoro”, perché?

Ciao Melania, grazie per la domanda! In realtà la parola non è stata propriamente scelta – come nei più prevedibili romanzi d’appendice, è stata lei a scegliere me. Probabilmente ti deluderò poiché il pretesto è stato assai banale:  una discussione nata da un post sui social media.

Nello specifico, la curatrice di questo libro aveva riproposto una citazione in cui Agnese Moro ricordava suo padre sostenere che un rappresentante del popolo italiano dovesse essere sempre dignitoso e presentabile – corredata da due fotografie a confronto, senza ulteriore commento, che vedevano in un simile contesto balneare due figure istituzionali. L’una, Aldo Moro in giacca e cravatta; l’altra, un politico odierno, che ho scelto di nominare il meno possibile,in atteggiamenti forse più consoni a una rivista di gossip. Questo post aveva poi scatenato un acceso dibattito in cui mi sembrava che il punto principale fosse stato perso di vista: mi interrogavo sul quando e come avessimo perso la voglia che i rappresentanti delle istituzioni fossero migliori di noi, arrivando a considerare legittimo, se non addirittura testimone di autenticità, il cosiddetto “sbraco”. 

Nel considerare quanto il punto non fosse la critica da bar del come andare in spiaggia, ma lo sdoganamento di codici lontani dal rispetto delle istituzioni, riflettevo poi sul fatto che l’errore fosse considerare il decoro solamente di contorno piuttosto che  fondante. È poi venuta da sé l’elucubrazione sul concetto di decoro come principio guida – non l’asservimento a “ciò che si conviene”, ma il rispetto della  propria responsabilità sociale a tutti i livelli; dal comune cittadino al rappresentante delle istituzioni.

Da residente a Oxford, quali differenze riscontri nelle politiche pubbliche adottate per presenrvare il decoro (urbano e non) rispetto al nostro paese? E nei comportamenti privati?

Per iniziare a rispondere, mi ricollego a un tema accennato nella risposta precedente, e cioè quello della responsabilità sociale – anche tramite le parole.

In genere, nel Regno Unito c’è molta meno tolleranza per un linguaggio denigratorio –  sebbene questo sia riportato a chiare lettere in molti luoghi o contratti di lavoro, o ancora sui mezzi pubblici, è stata una persona “terza” a entrambe le culture a farmelo realizzare appieno. Io e il mio compagno parlavamo con un uomo albanese qualche tempo fa, per ritrovarci poi a riflettere sul sottile razzismo serpeggiante nella comunicazione italiana: dagli insulti bonari tra amici agli stereotipi abusati dalle fiction. Il suo commento mi è rimasto impresso: “They wouldn’t get away with this here”. Ed è completamente vero: quante volte battutine sul colore della pelle, o su una certa appartenenza religiosa, sono passate in prima serata o sono state utilizzate come sfottò apparentemente innocui? Mi è impensabile immaginare che una cosa del genere possa accadere qui, dove il politicamente corretto – ma quello vero, non quello di cui ci si lamenta in Italia –  la fa da padrone.

Questo però non vuol dire che ci sia necessariamente una totale aderenza tra apparenza e sostanza: al contrario, il rischio è che una patina di politicamente corretto finisca per inibire il confronto, per poi far sì che quel che si pensa davvero venga fuori alla prima occasione favorevole. Per esempio, la gestione della Brexit (qualunque cosa si pensi di essa) ha sdoganato in certi casi un linguaggio che non è certo nato nel giugno 2016, ma che ha trovato in questo avvenimento una legittimazione: i “bloody immigrants” potevano finalmente essere dileggiati dal momento che “we had our country back”. 

Forse in Italia il problema è che un certo linguaggio si è insinuato in diversi registri; qui, invece, sembra che diversi registri dominino  plurimi recinti non comunicanti. Il linguaggio dei quotidiani “rispettabili” rifiuta certi termini; quello delle riviste “popolari”  esaspera i toni; certa politica, dal canto suo, flirta con entrambi i registri. Nonostante questo, la deriva del linguaggio mi sembra comunque meno avanzata qui: non posso pensare che questo, al netto di tutte le mie considerazioni sul politicamente corretto posticcio, non possa influenzare una certa visione del mondo.

Parlando invece di decoro urbano, non posso non ricollegarmi ai tristemente noti recenti fatti di Trieste. Il problema degli homeless è assai diffuso nel Regno Unito, anche più che in Italia – e certe tristi ordinanze anti-senzatetto non sono poi così dissimili tra i due Paesi; ma qui difficilmente un rappresentante delle istituzioni avrebbe ostentato tanto disprezzo verso la manifestazione di un disagio – o quantomeno non l’avrebbe strombazzato sui social media! A livello di comunità, la mia esperienza è limitata alla città in cui vivo, ma mi sembra ci sia più consapevolezza del problema della povertà estrema; e che i cittadini, di fronte ai giacigli dei senzatetto, siano più inclini a mobilitarsi piuttosto che lamentare un affronto al decoro urbano.

Cosa ne pensi della riapertura delle case chiuse?

Si tratta di un argomento su cui devo confessare di non sapere abbastanza per poter azzardare un’ipotesi. La sola cosa di cui sono sicura è che ogni discorso sulla regolamentazione delle transazioni sessuali debba avere al centro donne, uomini, o persone dall’identità non binaria che hanno scelto liberamente la professione, e che liberamente la praticano. Se viene meno questo presupposto, la retorica sul “togliere le persone dalla strada” non farà che nasconderle dove non danno più fastidio alla nostra coscienza.

Nel tuo contributo al dizionaretto Le parole sono importanti, definisci decoro anche “resistenza alla sciatteria della narrazione”. Cosa consiglieresti a uno scrittore (da lettrice “avida ma erratica” quale sei!) per non cadere nel burrone della sciatteria? Ci sono delle opere che hai letto che potresti indicare come modello in positivo e in negativo?

Per quanto riguarda modelli positivi, in quanto lettrice erratica non posso darti una risposta definitiva, ma solo indicare titoli che in questo periodo sento molto vicini: Io sono il nemico di Kamila Shamsie; e Pachinko di Min Jin Lee – di cui non credo sia ancora stata pubblicata una traduzione italiana. Entrambi, in modi diversi, hanno a che fare con il tema dell’identità transnazionali – e della loro problematicità senza per questo cadere nella retorica.  Ecco, penso che si tratti di letture molto pertinenti in un momento in cui l’altro è un’entità fissa definita da ciò che vogliamo o crediamo che sia, e dal nostro rifiuto che possa evolversi.  Io sono il nemico esplora il tema della radicalizzazione, e quello speculare dell’allontanamento plateale delle proprie radici; Pachinko intreccia la storia dell’occupazione giapponese della Corea, e della successiva diaspora, a una storia familiare in cui la resilienza, il riscatto ed il dolore sono sempre ambivalenti. Entrambi i titoli, credibili e avvincenti senza mai risultare didascalici, forniscono a uno scrittore validi modelli di personaggi complessi, e di modalità di intreccio con l’attualità o con la storia.

Parlando di modelli negativi, sarebbe troppo facile indicare casi editoriali dallo zero impegno; e non lo farò poiché credo che parlare alle moltitudini sia in un certo senso un dono. Pur non gradendo in genere, mi sforzo sempre di capire in cosa risieda il loro appeal; e credo che uno scrittore che punti a un pubblico abbastanza ampio debba fare altrimenti, cercando di comprendere cosa possa essere salvato e farlo proprio, adattandolo alle proprie esigenze. Predicare ai convertiti è utile fino a un certo punto, e non vedo perché opere degne di questo nome debbano necessariamente rifuggire il grande pubblico. Non si tratta di semplificare, ma di far sì che la parola sia viva – e che lo sforzo intellettuale richiesto a un pubblico generalista sia ripagato da una narrazione piena di senso e che non si limiti a specchiarsi nella propria bellezza. Bisogna però essere molto bravi per riuscire a bilanciare entrambe le tensioni – forse è necessario provarci tutta una vita.


Sai qual è la lettura che davvero designerei come modello pienamente negativo? Quella di certe realtà della comunicazione che vivono sui e per i social media. A parte contribuire all’imbarbarimento generale del discorso, trovo che non abbiano poi tutta quella memorabilità di cui si dice: il bombardamento di pezzi dal linguaggio forte e ipersemplificato non porta necessariamente a ricordare la notizia in sé, ma il modo in cui la nostra pancia ha reagito, portandoci a muoverci per istinti e non ragionamenti. Questa può essere la realtà di un certo tipo di marketing (politico e non), ma la trovo assolutamente poco pertinente alla scrittura.

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