La fase di ricerca nella scrittura – intervista a Stefano Cortese

Se si richiedesse di immaginare la fase iniziale di un progetto di scrittura, la figura dello scrittore che si arrovella sull’incipit sarebbe la più quotata. Ingiustamente sottovalutata è, piuttosto, la fase di ricerca che anticipa la stesura e che serve per rendere l’ambientazione e i personaggi più solidi. La scrittura è infatti comunicazione, e lontana dall’esercizio narcisistico, ha bisogno di credibilità per conquistare la fiducia del lettore. Nel mercato editoriale americano, non a caso, le grandi case editrici si premurano di comprendere nel compenso dell’autore anche questo momento, vero e proprio lavoro, necessario alla riuscita del libro.

Stefano Cortese, tu sei autore di romanzi storici. Come si mescola l’elemento dell’ispirazione con quello della ricerca?

  Quando comincio a scrivere un romanzo, di solito è già finito. Mi spiego. La fase di stesura del libro è solo l’ultimo momento di un lungo processo di creazione che si è svolto per la maggior parte del tempo in mente e per una parte non meno esigua su fogli sparsi, taccuini e altri simili supporti.

L’ispirazione c’entra come semenza. Può essere un’immagine, una frase, un volto, un ricordo interrato. La ricerca è il concime che la farà maturare. Almeno, per me è così.

Raramente mi sono dedicato ad un romanzo senza aver ben chiara quale fosse l’ultima immagine da fissare sulla carta, senza essere sicuro dell’explicit, insomma. Di solito, lavoro fissando l’immagine finale, quella a cui il protagonista dovrà adeguarsi, perché è in essa che si risolverà la sua vicenda.

Credo che la fase di ricerca dei documenti si identifichi con la realizzazione del romanzo stesso. L’ontologia di un romanzo storico è imprescindibile dai documenti che lo corroborano. La tradizione è ferrea da questo punto di vista, sin dai tempi delle celebri “gride” di Alessandro Manzoni.

Per quanto mi riguarda, comincio la ricerca quasi sempre con una ricognizione dei documenti disponibili su Internet. La rete, sapientemente usufruita, consente di accedere a materiali preziosi altrimenti irreperibili.

Ricerco fatti, aneddoti, descrizioni, immagini attenendomi alla validità di quei siti che usufruiscono di puntuali riferimenti bibliografici. Inoltre, Internet consente di poter conoscere, e anche di poter direttamente acquistare o acquisire, quei testi necessari alla delucidazione dei fatti da narrare.

Sono anche un gran fruitore di Wikipedia, strumento che consente di sfruttare al meglio la più grande risorsa offerta da Internet ad uno scrittore di romanzi storici: l’ipertestualità.

Come si sa, Wikipedia non è solo fruibile in sé attraverso rimandi linkabili, ma consente anche di accedere a siti altamente specializzati, in grado di fornire informazioni utilissime al lavoro di ricerca.

Certo, come ammoniva Umberto Eco qualche anno fa in un articolo apparso sull’L’Espresso, è necessario disporre di Wikipedia “con la tecnica dello studioso di professione”, andando cioè sempre a verificare le informazioni riportate al fine d’essere sicuri di non commettere errori grossolani o sviste. Eco consigliava di verificare la notizia almeno tre volte. “Se la notizia ricorre tre volte ci sono buone probabilità che sia vera”.

Cercare di evitare gli errori, ma mettersi nelle condizioni di incapparci, è fondamentale in questo mestiere. Un buon romanziere storico deve essere anche un bravo studioso, capace di adoperare con perizia filologica le informazioni di cui viene a conoscenza. È un lavoro che richiede molta pazienza. Quando ci si inizia ad annoiare, allora si capisce che il lavoro è stato fatto bene!

I colleghi americani sono assai più fortunati, in tutti i sensi. Purtroppo, lo scrittore, in Italia, è ancora ammantato da un’aura di misticismo e follia. Chi fa il mio lavoro viene spesso visto come un ostinato bohémien, al punto che, per molti, fare lo scrittore non è un mestiere, non comporta fatica. È un passatempo, un ameno diversivo, se non un mero atteggiamento esteriore.

Se domandassi a un editore d’essere retribuito per le mie ricerche storiche, immagino che lui avrebbe anche difficoltà a trattenersi dal ridermi in faccia, perché non credo capirebbe la natura della mia richiesta.

Non è malizia, ma, purtroppo, inadeguatezza culturale. Con poco più di 4 milioni di lettori su 60 milioni di abitanti, almeno stando alle statistiche Ansa, è praticamente impossibile che un editore si accolli i costi di editing, stampa, distribuzione del prodotto e, in più, delle ricerche effettuare dall’autore, quando si corre il rischio di pubblicare un prodotto che  fruiranno soltanto – si spera –  i proverbiali “venticinque lettori” del Manzoni. L’Italia è un paese troppo deficiente dal punto di vista culturale perché uno scrittore, almeno un neofita, possa aspirare a tanto.

 

Come si fa a creare un ambientazione credibile?

Il romanzo storico è ambientato nell’epoca che racconta quando ne rispetta, a mio avviso, due parametri essenziali: i particolari e lo stile.

Quando mi sono occupato di Virgilio, ad esempio, nel mio Virgilio o la terra del tramonto, ho dovuto collocarlo nel suo mondo, che era quello dell’Italia del I secolo a.C.

Quando Virgilio, nel romanzo, doveva muoversi nel foro di Neapolis, non poteva essere il foro di una qualsiasi città sottoposta all’egemonia romana, né poteva essere il foro della Neapolis tardo imperiale.

Dunque, prima di tutto, ho fatto di persona una ricognizione dei luoghi. Quando se ne ha la possibilità, è sempre bene vedere con i propri occhi i luoghi degli avvenimenti, anche se la maggior parte delle volte sono ormai completamente alieni a quello che è stato.

Ho visto, quindi, quello che c’è, ho cercato di scoprire quello che c’è rimasto e, grazie ai documenti, ho iniziato ad aggiungere quello che c’era.

Prima di tutto, gli edifici, la cornice di pietra, agli antipodi rispetto a quelli cinquecenteschi o più recenti visibili oggi. Poi gli uomini, abbigliati secondo la moda del tempo, impegnati nelle faccende quotidiane dell’epoca.

Infine, e qui si è fatto difficile, gli odori che, in questo caso, in funzione della storia, costituiscono i sopraccitati particolari.

Il “mio” Virgilio è, proustianamente, un protagonista olfattivo. Qual era l’odore del foro di Napoli intorno al 38 a.C.? Qui entra in gioco l’immaginazione, ma non del tutto.

Non poteva esserci, ad esempio, odore di patate, pomodori o peperoni fritti, poiché questi ortaggi sono apparsi in Europa solo dopo il 1492, quando furono importati dall’America. Virgilio non poteva assaporare un piatto addolcito con zucchero, poiché era il miele il dolcificante dei Romani. I tabernacoli votivi dei vicoli di Neapolis erano cosparsi di mola salsa (la focaccia sacra utilizzata nei riti religiosi) e altri doni lasciati là dai fedeli. La puzza di quei tabernacoli doveva offendere in qualche modo le narici di Virgilio.

Nonostante sia il mio naso a ricercare gli odori, devo farne necessariamente una selezione, affinché siano attendibili rispetto al naso di Virgilio.

Il secondo fattore, lo stile, è legato alla lingua e alla cadenza che la prosa deve adottare per introdurre il lettore nel mondo che si rievoca.

Se la mia storia si svolgerà nel XVII secolo, il mio stile dovrà adeguarsi a quello Barocco e controriformistico. Dovrò dare, cioè, idea della pressione che la cultura post-tridentina esercitava, almeno nel mondo europeo. Per Virgilio, ad esempio, mi sono dovuto adeguare alla prosa cadenzata della retorica latina e, naturalmente, alla metrica coeva.

Il significato della cadenza sta tutta nel tempo. La modernità ne ha ridotta la durata. Se voglio che il lettore si riappropri di un’epoca passata, devo assicurarmi di rispettarne la lentezza, la ritualità. Mi viene in mente un esempio che faccio spesso a proposito: il film La presa del potere da parte dei Luigi XIV di Roberto Rossellini. Nell’opera, il rituale di corte è minuziosamente ricostruito rispettandone la lenta cadenza. È quello che deve fare il romanziere storico: ritmare la narrazione affinché il tempo torni a dilatarsi.

Inoltre, le parole devono essere appropriate, evitando accuratamente anacronismi. Non posso far dire “OK” a Garibaldi. Sebbene la locuzione risalga al 1839, quando fu per la prima volta stampata sul Boston Morning Post, il suo uso, in Italia, si è diffuso solo a partire dal 1943, quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia. Garibaldi dirà “Va bene”, “Orbene”, “Obbedisco”, ma di certo non potrà esprimersi come uno yankee della Armata di Patton, nonostante l’avventurosa parentesi sudamericana.

 

Quali sono gli aspetti da curare quando si scegliere di ambientare il proprio romanzo in un contesto storico piuttosto che contemporaneo?

Il contemporaneo è relativamente visibile. Il contesto storico non esiste mai per davvero. La cura dei particolari deve essere la più maniacale possibile.

In un romanzo ambientato nell’Ottocento, ad esempio, ho dovuto descrivere un tratto di via Foria a Napoli com’era in età borbonica, un angolo di mondo lungo forse cento metri, ma cambiato radicalmente attraverso il tempo.

Il mio protagonista rievocava con nostalgia il proprio mondo scomparso e, per infondere al lettore tale nostalgia, avevo l’obbligo di descrivere esattamente quel mondo com’era, come l’avessi visto io stesso.

Non so come fosse davvero via Foria intorno al 1850. Eppure, ho dovuto ricostruirla, pezzo dopo pezzo, attraverso foto, dipinti, documenti, fino a renderla plausibile, fino a guardare la via Foria di oggi rimpiangendo com’era a quel tempo, come ne fossi stato diretto testimone.

Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus”, diceva Bernardo Cluniacense nel XII secolo e parafrasava Umberto Eco nel Nome della rosa.

Di Roma antica abbiamo solo il nudo nome. Il passato è stato cancellato, irrimediabilmente. Il contemporaneo è l’ultimo avamposto in cui cercare ciò che non esiste più. Non ambiento le mie storie in contesti contemporanei, perché il contemporaneo è il caos. Tutto esiste e non esiste, simultaneamente.

Io racconto il passato per comprendere e accettare la natura ultima di questo caos. Ricerco il nome di Roma per aver consapevolezza che esiste solo quello e niente altro.

“Ho capito che nel presente non c’è niente che meriti d’essere raccontato”, diceva il mio amato Sebastiano Vassalli. Ebbene, raccontare la Storia mi permette d’essere consapevole appieno del significato di questa affermazione.

 

Hai utilizzato l’espediente del personaggio famoso. Come si fa a trovare il giusto equilibrio tra le aspettative legittime del lettore e quelle funzionali alla storia che si vuole raccontare?

Ho sempre creduto che, per conoscere la biografia di un personaggio famoso, occorre affidarsi all’opera di uno storico, non di un narratore.

Ho usato spesso, nei miei racconti e romanzi, far apparire personaggi conosciuti. Oltre ai già citati Virgilio e Garibaldi, protagonisti dei miei lavori sono stati Carlo Gesualdo da Venosa, Gioacchino Murat, Omero, Ludwig Van Beethoven e François Villon.

Tuttavia, questi personaggi erano soprattutto delle funzioni. Il “mio” Murat, ad esempio, non era il generale di Napoleone e re di Napoli, o meglio, non era solo questo.  Era soprattutto un uomo, su cui gravava un’immane responsabilità che, alla fine, doveva confrontarsi suo malgrado con un destino ineluttabile.

Ricreare un personaggio realmente esistito e spesso assai noto è sempre impegnativo, soprattutto se si tratta di un personaggio temporalmente vicino. Le innumerevoli biografie, a volte discordanti, i giudizi politicizzati e non, le sfumature, gli aneddoti fanno di un uomo un caleidoscopio entro il quale è imperativo ricercare la giusta combinazione di colori e luci.

Quando descrivo un personaggio storico, mi attengo, naturalmente, sempre ai fatti e ai documenti che riesco a reperire. Tuttavia, questi personaggi si muovono sempre nel contesto morale e poetico che io intendo delineare.

Quando scrissi del Mantovano, il professor Rodolfo Signorini, Segretario generale dell’Accademia Virgiliana di Mantova, affermò, con amabile ironia: “Quanto Cortese c’è in questo Virgilio!”. Era vero. Il Virgilio che ho descritto è il “mio” Virgilio, che io considero, in base ai miei studi, antesignano del pensiero leopardiano e, dunque, archetipo del filone poetico di cui mi sforzo d’essere modesto esponente.

Il mio Virgilio nasce in seno agli studi liceali, alla lettura approfondita e appassionata delle sue opere e di tutte le biografie antiche e moderne reperibili. Però, egli rimane un poeta pessimista, legato alla preponderanza della natura e al potere del Fato. Il mio Virgilio tende, insomma, “all’apparir del vero”. Non è l’antesignano del Cristianesimo, così come dipinto nella cultura medievale, né il Mago anticamente venerato a Napoli. Il mio Virgilio è il figlio di ricchi contadini diventato poi poeta di corte.

Il romanzo storico non deve ripercorrere i fatti così come sono accaduti, ma raccontarli per come sarebbero potuti accadere. È verosimile, non vero. Deve essere fedele ai fatti così come sono stati tramandati e documentati, ma, essendo narrativa, ha il dovere al contempo di immaginare come essi si siano svolti.

Il lettore, perciò, potrà essere sicuro, almeno per quanto mi riguarda, di conoscere i fatti, ma godere altresì dell’intreccio della loro trama. “La storia che aspettiamo da voi non è un racconto cronologico di soli fatti politici e militari e, per eccezione, di qualche avvenimento straordinario d’altro genere; ma una rappresentazione più generale dello stato dell’umanità in un tempo”, diceva Manzoni.

 

(Featured Image by Luigi Tomassetti)

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