Argentina e Italia: un lungo filo rosso

Il movimento “Ni Una Menos” (“Non Una di Meno”) nasce nel 2015 in Argentina a seguito di un appello di giornaliste, attiviste e artiste. Dall’Argentina è dilagato verso altri continenti, raggiungendo l’Europa e dunque l’Italia, e dimostrando come la lotta ai femminicidi e alla violenza maschile sulle donne non conosca confini.

Tale rete di sorellanza non è attuale, ha radici antichissime. La dott.ssa Maria Cristina Talamonti, laureata in Archeologia, ha analizzato un esempio di parallelismo che nell’antichità univa la donna precolombiana e quella romana: l’istituzione del sacerdozio femminile. Studio controverso e pieno di insidie dovute allo scarso affidamento delle fonti che rappresentano le condizioni di vita della donna nell’antichità, della considerazione in cui era tenuta dagli uomini, le sue virtù apprezzate e il concetto di femminilità. Tutte le testimonianze sulle donne, infatti, sono state scritte da uomini: sia gli elogi sia le rimostranze, sia le espressioni di tenerezza sia quelle di beffa, tutte sono passate attraverso il filtro della mentalità maschile, che spesso ha considerato (e purtroppo spesso ancora considera) la donna come oggetto, come essere inferiore, o, nei casi più ottimistici, lodabile per quelle virtù che sono proiezioni di quelle maschili o gratificazione dei loro desideri: dal sesso all’economia domestica.

Maria Cristina, perché hai scelto di studiare la donna precolombiana?

Questo lavoro in realtà non è stato intenzionale sin da subito, ma nasce in seguito ad un’esperienza di stage risalente al 2011 in Argentina, in seguito alla quale decisi di modificare la mia tesi originaria, che verteva sugli studi di genere del mondo classico romano, in un lavoro che analizzasse la donna nel mondo latino-americano, una realtà sicuramente molto meno conosciuta rispetto alla nostra; considerando l’arco temporale precolombiano, quindi il periodo precedente all’arrivo degli spagnoli, prima del 1492. Non sono molte le notizie sulle donne che abitarono originariamente il continente sud-americano ed è difficile ricostruire le relazioni che legavano uomini e donne a causa dell’elevato numero di culture aborigene che abitavano il continente; per questo gli studi relativi alle relazioni di genere in America Latina durante l’epoca preispanica si sono focalizzati soprattutto nelle grandi civiltà. Le società Maya, Inca e Atzeca sono state oggetto di continui studi sistematici per stabilire le caratteristiche dei vincoli tra uomini e donne. Ed è proprio la civiltà degli Inca che ho preso in considerazione per lo studio della figura femminile nell’America-Latina precolombiana; la civiltà più importante della regione andina, consolidatasi tra XIV e XV secolo, estesa dall’area cuzqueña nel Perù sino al sud del continente, lungo la cordigliera delle Ande.

Che ruolo ricopriva la donna all’interno dell’impero Inca?

Oltre ai ruoli tradizionali femminili che la donna ha sempre ricoperto in tutte le epoche e culture, cioè quelli di moglie e madre, la mujer precolombina si distingue dalle altre per essere anche un’assidua lavoratrice. Non parliamo semplicemente di quelle attività proprie dell’ambiente domestico, relative alla cura della casa e della famiglia, ma anche di quei lavori che generalmente vengono considerati mansioni tipiche maschili. Una caratteristica saliente della società incaica sta proprio nel fatto che non esistesse una rigida divisione del lavoro tra i due generi: i lavori considerati importanti venivano svolti da ambedue i sessi e vi erano avviati sin da bambini. Ed è così che ci troviamo di fronte a uomini che imparano a tessere ma soprattutto a donne attivamente presenti nel lavoro dei campi; a loro venivano in particolare affidate le attività di aratura, semina e raccolto, ovvero tutto ciò che le induceva ad avere un contatto con la terra, considerata l’elemento femminile in assoluto.

Una particolare istituzione incaica sottraeva alcune donne alla loro esistenza ordinaria, basata appunto sul lavoro dei campi, la cura della famiglia e la tessitura degli indumenti, collocandole in apposite comunità conosciute come quelle delle “vergini del Sole”, le Aqqlas. I cronisti spagnoli hanno raggruppato in questa unica definizione tutte le donne che hanno trovato in speciali monasteri, appositamente costruiti per loro, ma, in realtà, esistevano all’interno di queste confraternite delle specifiche gerarchie. Le “vergini del Sole” propriamente dette erano in numero limitato e si occupavano esclusivamente del servizio dei templi e del culto delle divinità. Accanto a loro esisteva un altro corpo di donne, scelte per la loro avvenenza, educate per divenire concubine dell’Inca o per essere concesse ai nobili o ai “curaca” (i capi dei territori conquistati) più meritevoli. Le altre, la maggior parte, erano impiegate per servire le prescelte e per tessere abiti per l’Inca o per la sua Corte e per preparare la chicha, la bevanda fermentata, a base di granturco che fungeva da liquore e da offerta per le divinità. Anche le donne nobili frequentavano questi conventi, ma per un periodo determinato e al solo scopo di ricevere una educazione adeguata, osservavano le regole della casa, e non erano esonerate dai lavori più umili.

Come incidevano le gerarchie sociali sul benessere delle donne?

Nella manifestazione più importante della gerarchia sociale, quella della sovranità, la donna andina conobbe una sorta di rispetto, tanto da essere considerata sacra: accanto al monarca, il Capaq, siede la Coya, la regina, che è la sua controparte agli occhi dei sudditi. Il matrimonio ufficiale del sovrano veniva celebrato all’atto della sua incoronazione e ne era condizione essenziale. L’impero degli Inca non poteva concepire un sovrano senza consorte, così come non si poteva concepire il cielo senza la terra o il Sole senza la Luna. Ella godeva della maestà propria del suo consorte e viveva con la stessa magnificenza; presenziava alle funzioni religiose e riceveva l’omaggio di tutti i suoi sudditi, anche dei più nobili. Accanto a queste prerogative ufficiali svolgeva altri compiti di natura politica, forse meno evidenti, ma non meno importanti. Scorrendo le antiche cronache spagnole troviamo numerosi esempi della sua attività intesa a consigliare o a coadiuvare il consorte nella conduzione del regno.

Vi era partecipazione della donna nel mondo religioso incaico?

La religione panteista andina era alimentata da una mitologia ricca di leggende e miti, dove l’immagine femminile non risulta oscurata da quella maschile anzi, è una presenza costante e, la sua importanza nel mondo religioso andino, la si può riscontrare in particolar modo in un’istituzione tipicamente femminile in epoca incaica: le “Acclacunas” (“Acclas”), le cosiddette “Vergini del Sole”.

La struttura amministrativa permetteva che ogni anno un emissario dell’Inca selezionasse in tutti i paesi dell’impero le giovani nobili più belle e le raggruppasse per età arrivando fino a dodici divisioni. Le prescelte “per il Sole” erano quindi portate negli Aqqlawasi, centri che non trovano un equivalente in nessun’altra cultura americana e assegnavano loro una rendita, una servitrice e un tipico taglio di capelli più lungo nella fronte e nelle tempie.

Leggendo quanto scrive Bernabè Cobo, scrittore spagnolo del XVII secolo, relativamente alle Acclas constatiamo che le fanciulle prescelte erano giovanissime, delle bambine:

“per ogni provincia si sceglieva un giudice o un commissario nominato dall’Inca che era l’unico esperto in questo compito di selezione delle bambine, custodirle ed inviarle a Cusco quando raggiungevano l’età giusta; si chiamava Apupanaca il quale, percorrendo le province sotto la sua giurisdizione, aveva la potestà di individuare tutte quelle (fanciulle) che gli sembravano belle e di buon aspetto, dagli otto ai novi anni in giù, le quali chiamava Acclas”.

“arrivate insieme in quella città da tutte le province(…) le ponevano alla presenza dell’Inca, il quale le divideva in base alle necessità del momento, secondo quest’ordine: alcune erano mandate ai monasteri delle mamaconas (…) vivendo perpetuamente nella clausura e nella castità, dedite ai servizi dei templi del Sole , del Tuono e delle altre divinità al cui servizio erano poste donne. Separava un’altra buona parte di ragazze destinate ad essere uccise nei sacrifici che si facevano nel corso dell’anno(…). Le più nobili e più belle divenivano le sue servitrici e concubine e una grande quantità era divisa tra i suoi capitani e parenti”

Nel suo studio ha effettuato il paragone tra due esempi femminili di sacerdozio, quello andino e quello romano delle Vestali, entrambi feroci nel sottomettere le donne a un modello maschile ideale di donna (di buona famiglia). In cosa si accomunano e in cosa differenziano queste due esperienze storiche?

Ci troviamo di fronte, innanzitutto, a due istituzioni esclusivamente femminili, costituite da donne, selezionate tra tante durante l’infanzia, ed educate secondo un’ideologia posta a servizio dello Stato, dal quale dipendeva il mantenimento di entrambe. I requisiti per poter essere scelte come Acclas o Vestali erano gli stessi: le fanciulle dovevano essere giovani, di bell’aspetto e senza alcun difetto fisico e, soprattutto, era essenziale che fossero vergini, come segno di rispetto nei confronti della divinità alla quale erano consacrate, il dio Sole (Inti) e Vesta.

Le Vestali dovevano mantenere il loro voto di castità per trent’anni o tutta la vita; le Acclas, per diciotto anni o tutta la vita; in base alla loro volontà, una volta terminato il periodo di noviziato, potevano scegliere se rimanere all’interno dei rispettivi “ginecei” e dedicarsi interamente al sacro, divenendo così sacerdotesse a tutti gli effetti, o scegliere di tornare alla vita “comune” e quindi lasciare l’ordine ed essere libere di sposarsi. Se avessero trasgredito a questa norma sarebbero andate incontro alla morte: le Vestali sepolte vive, mediante una sorta di rito popolare; le Acclas per lo più impiccate o lasciate morire di fame. Da notare come la morte di entrambe non avvenisse mai per mano umana: rimanevano pur sempre “Le Sacerdotesse”, e quindi il loro sangue era considerato sacro.

Il filo conduttore più evidente è la mancanza totale di una cultura di rispetto delle scelta delle donne in contesti spazio-temporali lontanissimi tra loro. Solo cronologicamente parlando, infatti, con le Sacerdotesse del Sole ci riferiamo al periodo dell’Impero Inca; l’istituzione delle Vestali, invece, si ritiene addirittura anteriore alla stessa nascita di Roma. Oltre alla distanza cronologica è indicativa anche quella “spaziale”: stiamo parlando di culture sorte in due continenti diversi, potremmo dire quasi agli opposti del mondo.

Nonostante quindi fosse improbabile, nella maniera più assoluta, che le due culture abbiano avuto contatti diretti tra loro (intendendo, ovviamente, durante la fase precedente all’arrivo degli europei in territorio americano), non si può non rimanere colpiti dal fatto che esista una sorta di elemento conduttore tra questi due mondi così diversi tra di loro: la violenza maschile sulle donne e l’oppressione della loro libertà.

 

L’argomento dello studio è molto complesso e ricco di spunti di riflessione, chiunque fosse interessato ad approfondire può contattare la Dott.ssa Talamonti al seguente indirizzo email: mctalamonti@hotmail.it.

 

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